Un piccola riflessione sulla scuola

Sarò breve, come è mia abitudine da qualche tempo a questa parte. Il governo ha concentrato la sua politica scolastica sul (falso) problema del Greenpass, favorendo polemiche mediatiche capziose, attaccando indirettamente le organizzazioni sindacali dopo aver firmato un accordo disatteso dopo pochi giorni, ignorando completamente i problemi strutturali della scuola.

Le classi continuano ad essere sovraffollate, esiste un divario enorme tra nord e sud del paese e centro e periferia nelle grandi città, i programmi restano obsoleti, l’inserimento di materie come Educazione civica, o come diavolo si chiama adesso, resta confuso, farraginoso e calato dall’alto, l’edilizia scolastica è spesso carente, non è stata effettuata neppure l’installazione di sistemi di aerazione automatici che avrebbe potuto evitare la demenziale apertura di porte e finestre anche in pieno inverno, ecc.

Non siamo al punto di rimpiangere l’Azzolina perché non si può rimpiangere il nulla,( casomai sarebbe opportuno indagare sui chi ci ha guadgnato sulla grottesca vicenda delle sedie a rotelle), ma se il governo dei migliori è questo, almeno prima si rideva.

A preoccupare è la manovra di distrazione di massa dai problemi reali attuata dall’esecutivo con la complicità dei media, ormai house organ governativi e la compiacenza dei Dirigenti scolastici, maestri nello schierarsi sempre dalla parte del torto ( non in senso brechtiano). Sembra un ballon d’essai per altre e ben più serie manovre di distrazione di massa.

Il problema del greenpass era risolvibile inserendo l’obbligo vaccinale e comunque il numero dei docenti vaccinati risulterà oltre il 90% e chi non vorrà adeguarsi se ne assumerà la responsabilità. Insegniamo ai nostri ragazzi che la libertà del singolo vale finchè non incide su quella degli altri e non vaccinarsi, a mio avviso, incide pesantemente sulla libertà degli altri.

Per concludere, questa volta si è disatteso il criterio gattopardesco: non hanno neanche provato a far finta di cambiare tutto. Forse per questo sono i migliori.

la scuola che c’è

Siamo così arrivati anche alla fine, per chi non ha esami, di quest’anno scolastico e siamo arrivati alle consuete polemiche sulle bocciature, gli abbandoni, ecc. che ogni anno accompagnano questo periodo. Quest’anno, in particolare, le polemiche inutili e capziose sulla Dad, hanno accentuato il fiume di sciocchezze che di solito si leggono. Ci tornerò più avanti.

Per chi scrive è stato un anno particolare perché sono passato alla secondaria di secondo grado. Mi sono lasciato alle spalle quasi vent’anni passati in una scuola di periferia che mi ha dato tanto e a cui credo di aver dato di più, per andare in un’altra scuola di periferia in cui ho ritrovato motivazioni, entusiasmo e voglia di mettermi in gioco oltre a un ambiente accogliente in cui è stato facile e piacevole lavorare.

Ho insegnato a classi di ragazzi educatissimi, consapevoli, motivati, impegnati, con cui c’è stato uno scambio proficuo e costante, ben lontani dagli stereotipi sui giovani che si leggono sui giornali o sui social.

Veniamo alla Dad. Intanto le scuole elementari e secondarie di primo grado sono rimaste aperte e meno male, con i bambini e i ragazzi più piccoli, specie in certe zone della città dove il reddito medio è basso, questa metodologia può diventare un problema.

Il discorso cambia per la secondaria di secondo grado, dove rappresenta un metodo sicuramente non ottimale di insegnamento, con criticità molto forti soprattutto per le materie laboratoriali e meno marcate, ad esempio, per l’area umanistica, ma dove, come diceva Gene Wilder in Frankenstein Junior, si può fare,

Si può fare se non si partecipa al gioco della deresponsabilizzazione di ragazzi e famiglie che ultimamente è in voga, mentre da sempre è in voga il tiro al bersaglio sugli insegnanti.

L’esternazione recente di Baricco è l’ennesima prova che ormai parlano di scuola tutti, cani e porci, spesso più i secondi dei primi, sui giornali leggiamo continuamente le opinioni di psichiatri, psicologhi, pedagoghi, avvocati, scrittori, musicisti, ecc. Tutte persone rispettabili, intendiamoci, assolutamente competenti nel proprio campo ma che non hanno idea di cosa sia la scuola.

La scuola è, insieme alla sanità, l’unica istituzione del nostro paese che ha continuato a erogare i suoi servizi anche nel periodo di lockdown, che non mai lasciato soli i ragazzi, che ha modificato senza piangersi addosso i propri protocolli operativi dall’oggi al domani, letteralmente, e ha reinventato una didattica. La scuola c’è stata, c’è, ha sempre risposto presente senza concedersi un giorno d’assenza.

Questo nonostante i governi, il precedente e l’attuale, abbiano solo complicato le cose, nonostante attacchi mediatici continui, nonostante i cani e porci che vogliono insegnarci il mestiere con le loro frasi decontestualizzate, nonostante il masochismo e la sindrome da missionari di una piccola parte della categoria che fa fatica a considerare gli insegnanti come professionisti cone le responsabilità che ne competono e che con il pretesto di stare dalla parte dei ragazzi, li danneggia. Tutti gli insegnanti, nessuno escluso, stanno dalla parte dei ragazzi e chi afferma il contrario parla per dar fiato.

Tra qualche tempo si scoprirà che le bocciature sono nella media, che gli abbandoni scolastici sono nella media e che niente è stato fatto da chi ne ha competenza per diminuire le prime e azzerare i secondi. Molto ci sarebbe da dire su questo.

La narrazione sulla scuola in Italia è tossica, avvelenata da falsità, incompetenze, giochi politici, ecc., con effetti deleteri che si ripercuotono su una categoria perennemente nell’occhio del ciclone, i cui meriti non vengono mai riconosciuti da nessuno, e sui ragazzi.

Finchè la scuola verrà vissuta dai ragazzi come un tempo sospeso e dalle famiglie come un’entità sostanzialmente ostile, finchè non si darà modo a chi la scuola la vive ogni giorno di dire la propria, la si continuerà a fare a pezzi, lentamente, giorno dopo giorno, con effetti che possiamo toccare con mano ogni giorno. Gli insegnanti sono capri espiatori buoni per ogni stagione e la deresponsabilizzazione non riguarda solo ragazzi e famiglie, ma anche chi, per essere responsabile, è lautamente pagato.

Buone e meritate vacanze a tutte le colleghe, i colleghi le ragazze e i ragazzi che hanno dato del loro meglio anche in condizioni complicate e chi non lo ha fatto, ne faccia tesoro, perchè le sconfitte, a volte, sono la preparazione delle vittorie future.

La scrittura come strumento di conoscenza

Qualche tempo fa ho avuto l’incauta idea di iscrivermi a un gruppo Facebook sulla scrittura nella speranza di poter avere un confronto con chi la praticava e magari qualche suggerimento utile per la stesura dei miei libri.

Ancor più incautamente mi sono inserito in una discussione sulle scuole di scrittura, affermando che negli Stati Uniti sono una realtà da anni e funzionano, mentre nel nostro paese sono, tranne poche, felici eccezioni, macchine mangia soldi. Ingenuamente, ho detto che da anni tengo corsi di scrittura a scuola e ho ottenuto buoni risultati sia dal punto di vista dell’autostima sia da quello della ricaduta didattica.

Sì è scatenato un tourbillon di critiche e ho scoperto che gli aspiranti scrittori nostrani si sentono tutti Dostojevski, odiano la scrittura commerciale, quella delle scuole di scrittura americane, quella letta da milioni di persone, beninteso, odiano le scuole di scrittura perché la scrittura è un dono che non si può insegnare, odiano Amazon e la possibilità di autopubblicarsi perché non permette di diffondere le loro altisisme opere al grande pubblico.

Dopo che uno piscologo (sic!) ha chiesto sprezzantemente quali problemi di autostima potessero avere i ragazzi, mi ha invitato a fare il mio lavoro seriament einvece di eprdere tempo con quelle idiozie e ha affermato che a scrivere si impara leggendo i classici e imitandoli(esattamente quello che non si deve fare), ho lasciato il gruppo.

Io credo che la scrittura sia conoscenza di sè e del mondo, meglio, credo che sia una reinvenzione del mondo e che, a livello di scuola dell’obbligo, assolva una funziona importantissima: quella di dare ai ragazzi la possibllità di dialogare con sè stessi.

I ragazzi sono terribilmente soli, smarriti, hanno un costante bisogno di confrontarsi con figure di riferimento che, spesso, sono assenti. Scrivere li aiuta a colmare, almeno in parte, questo bisogno di dialogo. Farsi domande è altrettanto importante che cercare risposte.

Quanto alla scrittura, forse è anche un dono ma un dono che va quotidianamente esercitato, studiato, analizzato, per affinare la tecnica di base e trovare nuove soluzioni. Soprattutto, va affrontata con umiltà, mettendosi costantemente alla prova, accettandop le critiche e facendone tesoro.

La prima cosa che dico ai ragazzi quando comincio i miei corsi è di dimenticare tutto quello che hanno imparato a scuola, la struttura del periodo, i connettivi, le figure retoriche, ecc., tutte gli ammorbanti tecnicismi che toglierebbero la voglia di prendere la penna in mano a Proust e di sentirsi liberi di esprimere quello che hanno dentro. Sono convinto che scrivere sia uno dei pochi atti di libertà autentici che ci restano. Sono anche convinto che pochi luoghi allontanino dalla scrittura quanto la scuola.

Quanto alle scuole di scrittura, forse chi vi partecipa non diventerà sempre uno scrittore, ma avrà acquisito qualcosa che gli sarà utile nella vita, nella peggiore delle ipotesi la capacità di tenere un diario, di mettere su carta paure, sogni, angosce, vittorie. Non credo sia un risultato spregevole. Se poi venderà milioni di copie scrivendo libri per casalinghe frustrate, buon per lui: la scrittura è democratica e c’è posto per tutti.

Sulla presunzione, vacuità e arroganza che ho trovato nel gruppo non ho nulla da dire, è lo specchio di una società sempre più autoreferenziale, dove nessuno si fa più domande e tutti hanno risposte.

Io, che scrivo per me stesso e per chi ha la pazienza di leggermi, di risposte continuo a trovarne sempre meno.

Gli insegnanti non hanno bisogno di consigli

Se dopo i medici e gli infermieri, a cui non saremo mai abbastanza grati, c’è una categoria che ha dimostrato di saper svolgere al meglio il proprio lavoro, anche in una situazione d’emergenza, è quella degli insegnanti, e non c’è una categoria più bistrattata, criticata, denigrata dalla stampa e dall’opinione pubblica. Ogni santo giorno.

Tutti i giorni, vedi oggi su Repubblica, ci sono articoli scritti da persone che non sanno cos’è la scuola e che pretendono di dirci come fare scuola. Prime pagine su professori che bendano gli alunni e professori che si bendano, due manifestazioni diverse di patologia mentale, mai due righe su chi ogni giorno, da più di un anno, assicura un servizio garantito dalla Costituzione.

Ci siamo inventati la didattica a distanza, perchè il ministro non sapeva di cosa si trattava e continuiamo a migliorarla, perché l’attuale ministro non sa di cosa si tratta, da soli, spesso con i nostri strumenti, con la nostra esperienza accumulata in anni dietro la cattedra. Stiamo acquisendo competenze e metodo, due caratteristiche che mancano alla politica.

Non abbiamo sinceramente bisogno di qualcuno che ci dica come svolgere il nostro lavoro e trovo offensivo che lo si faccia in continuazione.

Poi ci sono i colleghi contro la dad, quelli che appoggiano in utili petizioni sulla libertà d’istruzione, quelli che non si vaccinano, ecc.ecc. Posizioni legittime, s’intende, ma fortunatamente sono una sparuta minoranza, di fronte a una maggioranza che continua ostinata a voler fare scuola, possibilmente col minor rischio possibile per la propria salute e quella dei ragazzi, possibilmente senza sentirsi rompere le scatole ogni giorno.

Il silenzio del nuovo ministro sulla demenziale idea di ariprire al 100% le superiori, idea per forttuna rientrata, che ha addirittura mobilitato i dirigenti insieme ai sindacati di categoria, mostra che ai piani alti il tasso di lucidità mentale, visione d’insieme e consapevolezza del proprio ruolo non è cambiato. I genitori, adesso che siaamo alla fine dell’anno e hanno capitato che non ci sarà un liberi tutti, cominciano a rumoreggiare.

Come sempre, siamo da soli. L’unico ringraziamento che conta, per noi, è quello dei ragazzi che abbiamo davanti ogni giorno.

Bestiario sulla scuola

Mi pare di poter affermare, senza tema di smentite, che l’intervento odierno del ministro (chiamiamola così) dell’Istruzione rappresenti l’apice di una escalation di idiozie che appaiono ormai quotidianamente in dosi massicce sui social e sui giornali.

Provo quindi a replicare alle fesserie più evidenti accompagnando la replica con una preghiera: prego chi non ne è parte integrante di non parlare di scuola. La prima regola che insegno ai miei allievi è che, a volte, è meglio tacere piuttosto che dire stupidaggini.

Domanda: Medie ed elementari lavorano in presenza, perché le superiori no?

Risposta: medie ed elementari hanno un’utenza di quartiere che non sovraccarica i mezzi pubblici e, di conseguenza, dovrebbe esserci una riduzione del rischio notevole. In realtà non è così, ma dal momento che i bambini non possono essere lasciati a casa da soli si è preferito lasciare aperta la frequenza e sperare in bene. I ragazzi delle scuole superiori arrivano nelle sedi scolastiche da tutta la provincia e dall’entroterra, con un grave sovraccarico dei mezzi pubblici e aumento del rischio di contagio.

Affermazione: La dad deprime i ragazzi e uccide la loro socialità.

Basterebbe il quotidiano sequestro di cellulari in tutte le scuole del regno per mostrare che si tratta di un idiozia. I ragazzi si contattano, vivono, si relazionano in modo virtuale da sempre. Ovvio che l’aggregazione sociale sarebbe auspicabile ma, tranne casi specifici che risulterebbero comunque problematici anche in presenza, mi sento di smentire, per esperienza diretta, questa affermazione, che, guarda caso, non viene mai accompagnata da dati statistici.

Affermazione: Cresceremo una generazione di ignoranti

Risposta: Gli insegnanti italiani, per la stragrande maggioranza, hanno e stando dimostrando la loro grande professionalità, al contrario di chi dovrebbe rappresentarli in parlamento, portando avanti regolarmente i programmi didattici anche in dad, inventando nuove strategie e sperimentando. Se il ministro eviterà di dire a Marzo che tutti saranno promossi, come accaduto l’anno scorso, i risultati scolastici a fine anno saranno quelli attesi e non ci saranno particolari lacune nella preparazione degli studenti, per la stragrande maggioranza di loro.

Affermazione: Disabili e alunni in difficoltà sono danneggiati

Gli alunni disabili vanno a scuola regolarmente, quelli in difficoltà, se abbandonati a sè stessi, sono sicuramente danneggiati dalla didattica a distanza ma la responsabilità è anche di chi li abbandona a sè stessi, non solo della scuola. Vogliamo parlare della dispersione scolastica? Meglio di no.

Affermazione: Si potrebbe andare a scuola due volte a settimana per spezzare la routine.

Risposta: Sfugge il nodo del problema: le scuole non sono in sicurezza, il distanziamento di un metro non è efficace e non ci sono sistemi di aerazione efficienti. Oltre al problema dei mezzi di trasporto.

Affermazione: all’estero non si è chiuso.

Risposta: Sticazzi! Andate a controllare le statistiche dei contagi a scuola all’estero, guardate cosa sta succedendo nel nord Europa. E comunque, tutti gli Stati europei hanno chiuso e stanno chiudendo le scuole.

Affermazione: Le scuole non sono focolai.

Risposta: Vero, quasi vero, falso. Non abbiamo dati ufficiali, il che induce a pensar male. Ma se anche fosse, il problema sono i mezzi di trasporto e il fatto che i ragazzi, se a scuola sono controllati, non lo sono fuori e rischiano di contagiare i loro compagni e i loro insegnanti a scuola. Ripeto: non è stato fatto nulla, da parte di quella stessa persona che oggi dichiara di stare dalla parte degli studenti, per mettere le scuole in sicurezza.

Affermazione: gli studenti protestano in tutta Italia

Risposta: mi spiace per quelle poche decine di studenti plagiati ( guardate le immagini: non arrivano mai a dieci) che protestano per ritornare a scuola in condizioni di scarsa sicurezza. Con la retorica, le lettere di scuse pubblicate sui giornali e i bei gesti. i problemi restano, lavorando seriamente, in parte, si risolvono. Questo vale anche per tutti i colleghi che “stanno con i ragazzi”. Che non vuol dire un cazzo.

Affermazione: Allora dobbiamo restare chiusi a tempo indeterminato?

Risposta: No. In una settimana si possono fare tamponi in tutte le scuole o, comunque, in un numero tale di scuole da essere statisticamente credibile e valutare la situazione. Temo non lo si faccia perché si conoscono già i risultati. In una settimana si possono vaccinare tutti gli insegnanti e gli studenti, ma non lo si fa perché poi insorgerebbero, giustamente, le altre categorie che lavorano a contatto con il pubblico. Di sicuro, in una settimana non si possono mettere in sicurezza le scuole.

La cattiva informazione sulla scuola.

Non leggo neanche più le notizie sulla scuola che, quotidianamente, appaiono sui maggiori quotidiani. Sono piene di inesattezze, animate da palese malafede e funzionali a fare da altoparlante o da velleitario contraltare critico, anzi acritico, alle iniziative del governo.

Oggi ad esempio, su Repubblica, c’era un articolo che ci informava sul fatto che la DAD amplia le diseguaglianze. Come se, prima, le diseguaglianze fossero ridotte e non fossero invece amplificate da una scuola che, negli ultimi anni, sull’onda di una certa retorica meritocratica, trasversale e ottusa, è diventata più classista di quanto già non fosse.

Anche il quadro che si fa dei giovani, dipinti come depressi, deprivati socialmente, ecc. non tiene conto che da anni, ormai, nella totale indifferenza di tutti tranne che, guarda un po’, degli insegnanti, le relazioni tra i ragazzi, i contatti sociali, le interazioni preliminari, anche sessuali, sono ormai virtuali, passano prima, durante e dopo il contatto fisico e visivo, dai social. L’esposizione social definisce la popolarità, il successo sociale degli adolescenti, aumenta o deprime la sua autostima.

Ma ovviamente, riguardo i giovani, non si interpella chi li vede e interagisce con loro per anni, due, tre, quattro ore al giorno, ma psicologi, filosofi, sociologi che, da quel che dicono, non hanno mai neppure dialogato con un adolescente oggi ( i colleghi che redigono i pdp e si trovano davanti certe diagnosi, sanno cosa intendo).

Finchè un cretino si alzerà ogni mattina, dirà la sua sulla scuola e un giornale lo pubblicherà in prima pagina, finché i social saranno pieni di imbecilli che pontificano su un lavoro sempre più complesso e frustrante, senza sapere di cosa parlano, finché il ministero dell’Istruzione verrà assegnato per dare un contentino a questo o quello schieramento e non sulla base di competenze reali ( vabbè il ministro attuale le competenze le avrebbe, in teoria. E’ sul reali che crolla), parlare di scuola sarà inutile e inutile sarà leggere le argomentazioni di chi ne parla, perché non sa quel che dice.

Prima del Covid, non andava tutto bene. Le classi erano stracolme, gli spazi limitati, i programmi svolti obsoleti, anzi morti, visto che non esistono più da trent’anni e continuiamo a prorogarne la fine, mancava il personale per buona parte del primo quadrimestre, non c’era alcun motivo logico per un un/a giovane dotato/a di normali facoltà mentali dovesse scegliere di svolgere un mestiere ingrato, mal pagato, faticoso e burocraticamente allucinante.

Lasciamo poi stare i tupamaros della scuola in presenza, i luddisti pronti a distruggere i pc, ecc. ormai bastano tre alunni, probabilmente prezzolati che stazionano davanti a una scuola vuota, e pochi colleghi convinti, no, loro non sono prezzolati ci credono davvero, per dire che i ragazzi e gli insegnanti vogliono la scuola in presenza a rischio della vita.

Poi partecipi a un’assemblea sindacale e tocchi con mano i problemi, la paura, le preoccupaszioni di una categoria che nessuno più rispetta. Con buona pace dei luddisti.

Passato il Covid, sarà uguale, La scuola continuerà ad essere classista e ad escludere gli ultimi esattamente come prima: le classi continueranno ad essere sovraffollate ( vi passa mai per la mente che definirle “pollai” è offensivo verso i ragazzi?), gli insegnanti a mancare, i precari a protestare, i ministri a legiferare cose inutili.

La verità, corroborata dai fatti, è che la scuola, ormai, è solo uno strumento di propaganda politica, una parola di cui riempirsi la bocca e poi sputare via, un cattivo pensiero da scacciare. Non gliene frega niente a nessuno e lo Stato si guarda bene dall’investire sull’istruzione, per limitare il rischio che si riesca davvero a formare e istruire generazioni di ragazzi consapevoli e dotati di spirito critico.

Il fatto che, nonostante tutto e tutti, continuiamo a svolgere il nostro lavoro, ad andare avanti anche in piena emergenza, ad usare la DaD come un momento di formazione e stimolo a fornire un servizio migliore, personalmente non lo trovo un motivo di vanto: probabilmente, dimostra solo che siamo cretini.

Il consiglio di lettura di oggi è il diario, esilarante ma non troppo, di una collega di Vercelli.

L a scuola che ti porti dentro

Nel mio lavoro, per come lo concepisco, le gratificazioni non sono frequenti, frequente è invece la fatica, la frustrazione, l’angoscia che a volte ti assale quando hai davanti un ragazzo/a in sofferenza per problemi più grandi di lui/lei e sai di non poter dargli altro che parole.

Poi succede che una madre scrive un bellissimo post su facebook che non riproduco per pudore, dove trova parole che centrano esattamente quello che per me è la scuola, il senso del mio mestiere, la scuola che mi porto dentro.

Ma non finisce qui, tra i numerosi “mi piace” a quel post riconosco ex alunni e tanti genitori di ex alunni. Allora ti viene il sospetto che, forse, quel lavorare sempre, ostinatamente, per fare la differenza, qualche volta è servito allo scopo.

A scuola non si lavora soli e ho avuto quasi sempre, in questi anni, il privilegio di avere accanto a me colleghi accomunati da un comune sentire, da una diversità palese che ci ha portato sempre, alla fine di ogni anno, a fare i conti tra quello che era andato storto e quello che era andato bene e scoprire che, magari per poco, erano ancora in attivo.

Questo è stato ed è un anno particolare e la classe che ho salutato è stata una classe particolare, con una storia tormentata e complicata, una classe che mi ha portato a riflettere sul senso del mio lavoro e su quanto, negli anni, il luogo in cui lo svolgo da tanto tempo, troppo, sia cambiato, a mio parere, non esattamente in meglio. Dopo tanti episodi che mi hanno procurato profonda amarezza, non certo per colpa dei ragazzi, le parole di questa madre mi rincuorano e mi confortano a non cambiare il mio modo di essere e di rapportarmi ai ragazzi, dovunque lavorerò in futuro.

Perché la scuola che mi porto dentro e che, per fortuna, ci portiamo dentro in molti, è una scuola che trasmette valori e insegna a conoscere e a conoscersi, è una scuola che insegna ad apprezzare la bellezza e a conoscere il male per poterlo combattere, è una scuola empatica che si apre al mondo.

Ringrazio quindi di cuore chi ha scritto quelle parole bellissime, che mi resteranno dentro a lungo e mi serviranno per ricordare perchè faccio questo lavoro.

Contratto scuola: ritorno al passato per costruire il futuro

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Con buona pace dei detrattori di ogni colore, quelli che accusano il sindacato di aver contrattato al ribasso e quelli che accusano il governo di avere, nei fatti, sconfessato la 107, due posizioni opposte e incompatibili entrambe dettate da non proprio nobili motivazioni politiche, l’art. 24 del nuovo contratto che definisce la scuola come “comunità educante” potrebbe rappresentare un inizio per ricostruire quello che alla scuola è stato tolto in questi anni.

Un sindacato responsabile, moderno e concreto non può limitare la propria azione solo all’incremento, per quanto legittimo, della retribuzione ma deve mirare a migliorare la qualità di vita dei lavoratori, contribuendo così al miglioramento della qualità del servizio. Sarebbe opportuno a tale fine, agire di concerto con il governo di turno ma sarebbe necessario, come presupposto, che il governo di turno fosse interessato a garantire un’istruzione pubblica di qualità, cosa che negli ultimi vent’anni non si è verificata.

Una scuola definita “comunità educante”, il termine è stato coniato da Dewey negli anni sessanta, ribalta il concetto di scuola manageriale intrinseco alla formulazione pura della 107 e la struttura verticistica, con uno capo, uno staff di collaboratori scelti dal capo e dei sottoposti, che la legge sottintendeva e riporta in primo piano il ruolo della collegialità e la necessità che tutti coloro che fanno scuola collaborino a un obiettivo comune.

Dall’attuazione della 107 abbiamo assistito a una radicale trasformazione del ruolo del preside, che è diventato, di fatto un manager, spesso preoccupato più di tutelare sé stesso da eventuali ricorsi o sanzioni che di altro.

Ormai nelle scuole si va avanti per acronimi e progetti, spesso inseguendo la moda del momento: nuove tecnologie, bullismo, ecc. nei collegi docenti si alza la mano

Le prove Invalsi, una scopiazzatura maldestra dei test in voga nelle scuole anglosassoni da decenni, sono la prova dell’approssimazione e del dilettantismo con sui si tratta la scuola nel nostro paese: è semplicemente assurdo sottoporre alla stessa prova alunni che appartengono a scuole situate in realtà con profili economico sociali distanti anni luce. Decontestualizzando le prove, inevitabilmente, le si falsa. In USA, negli anni cinquanta, ci erano arrivati i sociolinguisti, noi siamo ancora in attesa dell’ìilluminazione.

Si spera che la firma del nuovo contratto torni a fare della scuola un luogo di condivisione di esperienze, del dirigente un primus inter pares con compiti di coordinamento e sostegno agli insegnanti, dei collegi docenti organi che definiscono gli obiettivi delle scuole, obiettivi disegnati sulle necessità dei territori e non sulla base dei soldi che si possono ottenere con questo o quel Pon a prescindere dalla sua utilità effettiva. E’ tempo di ritrovare collegialità e comunione d’intenti e la restituzione del merito alla contrattazione sindacale dovrebbe garantire equità, correttezza e limare certe conflittualità interne che non fanno il bene di nessuno.

Si auspica che dopo il 4 Marzo, chi siederà in parlamento sia disposto ad ascoltare e mettere mano alle vere esigenze della scuola pubblica che comprendono, oltre a un sacrosanto incremento delle retribuzioni, una ridefinizione della libertà di insegnamento con indicazioni ministeriali sulle materie di studio che non si limitino solo a un uso fine  a sé stesso delle nuove tecnologie ma tengano conto delle nuove necessità di formazione culturale degli alunni, strumento di legge efficaci per evitare aggressioni a danno degli insegnanti come quelle di questi giorni, una ridefinizione della libertà d’insegnamento che consideri gli insegnanti professionisti competenti e responsabili e non dei meri esecutori di direttive altrui, una ridefinizione del ruolo prezioso e fondamentale per la tenuta democratica di questo paese delle scuole di periferia, che spesso rappresentano l’unica presenza dello Stato in territori dove domina l’illegalità. Questo per cominciare.

Quanto a chi, per gioco e convenienza politica, continua a sparare a zero sui sindacati che hanno firmato il contratto proponendo piattaforme fantasiose e irrealizzabili, ricordo che la 107, nella sua applicazione pura, non comprendeva la firma di contratti nazionali.  Come sempre, in questo paese, fare i duri e puri è comodo quando sono gli altri a lavorare per garantire i diritti.

Le fiction sulla mafia sono dannose?

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Le critiche di Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro in prima linea nella lotta contro la ‘ndrangheta, riguardo l’opportunità di produrre fiction sulle mafie, non sono nuove. Poco tempo fa, ho avuto l’opportunità di assistere a un incontro con Enzo Monteleone, sceneggiatore di molti film di Salvatores e de Il capo dei capi, fiction che raccontava la vita di Totò Riina. In quell’occasione, molti colleghi presenti che venivano dal sud, criticarono in modo piuttosto energico il regista accusandolo di  creare stereotipi, di fare in qualche modo un’apologia della mafia, di creare dei modelli che i ragazzi poi imitavano a scuola e per la strada.

Si parlava di una fiction classica, con una chiara contrapposizione tra il bene e il male, anche se lo sguardo del regista indugiava più sulle vicissitudini di Riina e co. che su quelle dell’antimafia. Oggi invece, fiction come Gomorra propongono una visione dall’interno, senza contrapposizione, con la giustificazione di voler descrivere un mondo unidimensionale dal punto di vista dei valori, dove la contrapposizione non esiste.

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Il discorso è serio e complesso: capoalvori come Il padrino e Scarface, indiscutibili dal punto di vista del prodotto filmico, hanno creato invece stereotipi potenti, che hanno indotto a una visione edulcorata della mafia che, per certi versi, è ancora diffusa. Parlo ad esempio dell’insensata opinione che la “vecchia” mafia avesse uno spiccato senso dell’onore e non toccasse donne e bambini. I mafiosi non hanno onore e uccidono indiscriminatamente chi ritengono utile uccidere da sempre, basta leggere il triste elenco di più di novecento vittime di mafia, dalla fine dell’ottocento a oggi. Non va quindi sottovalutato il potere delle immagini di creare modelli difficili da scalfire.

Non bisogna, inoltre, dimenticare che si tratta di prodotti commerciali, il cui scopo è vendere, non educare alla cittadinanza. Sono prodotti di livello elevato, piuttosto avvincenti e con sceneggiature interessanti, rivolti a un pubblico prevalentemente giovanile, con attori che incontrano i gusti dei giovani di oggi, nel modo di vestire, nel modo di pensare, sfruttando con abilità i lati oscuri della coscienza di ogni adolescente (la rivolta contro i padri, contro la società, il desiderio di volere tutto e subito, di bruciare in fretta, ecc.). In questo senso, svolgono ottimamente il compito per cui sono stati creati: fare soldi, arrivare a un pubblico che sia il più ampio possibile.

Certo, il messaggio, la visione che propongono è discutibile:  se una ragazzina di tredici anni vedendo che ho in borsa il dvd di Gomorra ( mi serve per un corso di formazione su come affrontare il problerma mafia a scuola, io non amo quella fiction) mi dice: “Ma come prof! Lei è contro la mafia e vede Gomorra’?” E’ evidente che la fiction lancia un certo messaggio, forse suo malgrado, ed è compito mio e dei miei colleghi destrutturarlo e limitarne i danni.

E’ indubbio che queste serie suscitino una certo senso di disagio, a volte di repulsione in cui è più maturo e conosce la realtà delle cose, e possano suscitare  emulazione o simpatia in chi non ha sufficienti cognizioni storiche per comprendere cosa sta vedendo. Ma è colpa della fiction? E non trasmettendo quelle fiction davvero aiutiamo io ragazzi? Ed è solito compito della scuola fornire strumenti adeguati per contrastare eventuali messaggi nocivi?

Da insegnante, la mia risposta è no. Il problema è che i ragazzi di quell’età non dovrebbero guardare quel tipo di programmi senza i genitori, senza qualcuno che possa dargli la chiave di decifrazione di quelle immagini a volte terribili. Il problema è che se anche non trasmettessimo le fiction, i ragazzi, in certe zone del paese, toccherebbero con mano sia l’assenza dello Stato sia la presenza in carne e ossa della mafia, della Camorra e della ‘ndrangheta. Il problema è culturale ed educativo, riguarda famiglie che sostituiscono la baby sitter con la televisione e non si curano  di quello che i ragazzi possono assorbire vedendo certi programmi, giocando concerti videogiochi o frequentando certe compagnie, il problema è di un dialogo all’interno delle famiglie spesso assente o, nella migliore delle ipotesi, latitante.

Le mafie sono prima di tutto un fenomeno culturale, una forma mentis diffusa a tutti i livelli. ogni volta che qualcuno occupa un posto non suo, che sia quello sull’autobus salendo dalla porta dove si scende, un posto di lavoro ottenuto grazie a una raccomandazione, il passaggio di un’esame tramite una transazione sessuale, ogni volte che consideriamo l’evadere le tasse, cioè un danno alla collettività per il guadagno di pochi, un peccato veniale, ogni volta che accettiamo che pregiudicati parlino di altri pregiudicati in termini favorevoli in prima serata, senza indignarci, rassegnandoci al fatto che non ci si può fare nulla, siamo vittime e collusi della cultura mafiosa, di chi prevarica il prossimo per perseguire il proprio tornaconto personale, incurante delle conseguenze.

Sebbene possa essere d’accordo con il dott. Gratteri che una visione più manichea su prodotti che trattano questi argomenti sarebbe forse opportuna, tuttavia non credo che questo paese abbia bisogno di censura: questo paese ha bisogno di un’informazione seria, di cultura, di onestà e pulizia a livello politico, per avviare quella rivoluzione culturale che porterà alla inevitabile sconfitta delle mafie.

Nessuno diventa mafioso per aver visto una fiction, casomai, bisogna estirpare alla radice i motivi per cui uno diventa mafioso: la mancanza di prospettive, l’assenza di una visione di vita diversa, la latitanza dello Stato, la disuguagliuanza  e l’ingiustizia diffuse, la corruzione impunita.

Comprendo la preoccupazione del dott. Gratteri, la sua richiesta di un maggior senso di responsabilità ma è assurdo chiederlo alla televisione, lo strumento di distrazione di massa che più di tanti altri ha influenzato la politica e la non cultura italiana negli ultimi anni, che ha contribuito in modo determinante a un imbarbarimento progressivo i cui frutti vediamo ogni giorno. E’ come chiedere al ladro di far beneficienza.