L’ennesima occasione persa per cambiare la scuola

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Questo lungo periodo di sospensione delle attività scolastiche in presenza avrebbe potuto rappresentare l’occasione di avviare quel dibattito sulla scuola pubblica che attendiamo da anni, per poter cominciare un percorso di cambiamento ormai non rimandabile e non necessariamente legato all’uso delle tecnologie.

Parlo di scuola pubblica e ho trovato particolarmente irritante e squallido sia l’ennesima richiesta di emolumenti da parte di Renzi alle scuole private, che non stupisce da uno abituato ad ascoltare la voce del padrone, sia la pronta risposta dell’esecutivo che ha stanziato, in violazione della costituzione, quaranta milioni di euro sottratti alla scuola pubblica.

Parlo di scuola pubblica, parte fondamentale del welfare in ogni paese d’Europa tranne che in Italia, dove la guida del ministero è stata affidata a un ministro abbastanza ingenuo da dire stupidaggini e abbastanza arrogante da tentare di giustificarle con improbabili citazioni colte ( mi riferisco all’imbuto).

La scuola pubblica va avanti, nonostante nessuno stia dalla sua parte, nonostante i contratti bloccati e le risorse scarse continua a tentare di fare la sua parte e ci riesce. Perché la Dad tanto odiata funziona, non benissimo, sarà da regolare e da controllare, ma funziona. Strumento d’emergenza sì, ma che usando un po’ di intelligenza, qualità da tempo assente nelle sale del ministero, potrebbe rappresentare un valido complemento alla didattica tradizionale, a patto che la didattica tradizionale cambi e cambi con essa anche la valutazione.

Perché, cari colleghe e colleghe, al netto di interventi retorici e tediosi sui social, la scuola da anni non funziona più nel nostro paese, ha perso la connessione con un mondo che cambia velocemente, non riesce più a trovare i giusti interruttori per accendere i ragazzi. La scuola italiana è vecchia, classista, meritocratica, a pagarne le deficienze sono da sempre i più deboli e chi fa questo mestiere se ha un minimo di onestà intellettuale non può che convenirne.

Non funziona più uno strumento obsoleto e morto come la lezione frontale, non funziona più tenere sei ore i ragazzi seduti nei loro banchi, pretendendo anche silenzio e attenzione di fronte a programmi scollati dalla realtà, distanti dal loro mondo, sovrabbondanti di nozioni inutili.

Non sto dicendo che, per esempio nel mio campo, non si debba studiare i classici, mai come oggi Boccaccio o Manzoni sono attuali, come è attuale anche Dickens, con le sue storie di bambini sfruttati o Dostojevsky, con i suoi dilemmi etici, sto dicendo che bisogna trovare nuove chiavi di lettura, un nuovo modo di proporre quello che i grandi del passato hanno detto attualizzandolo ai nostri tempi. La tecnologia, l’utilizzo intelligente del cinema e dei media, possono fornire un contributo preziosissimo se diventano strumenti sistemici e non risorse da utilizzare una tantum, quando non si sa cosa fare in classe.

Invece cosa facciamo sui social? I luddisti.

Sarebbe necessario cominciare a parlare di classi formate per fasce di livello, di didattica capovolta, di scrum, la metodologia usata nei gruppi di lavoro informatici per raggiungere gli obiettivi prefissati. Sarebbe necessario tornare a parlare di orario scolastico e di tetti di alunni per classi, inserire nel nuovo contratto, da firmare al più presto protocolli chiari su tempi e modi della didattica a distanza, valorizzare al meglio quel privilegio fantastico che è la libertà d’insegnamento.

Va rinnovata e potenziata l’integrazione dei ragazzi con disabilità, il fiore all’occhiello della nostra scuola.

I ragazzi vanno messi al centro del dibattito, devono trovare nella scuola un tempo attivo invece del non tempo con cui la vivono di solito. Soprattutto, la scuola deve tornare a sviluppare lo spirito critico, a osservare la società, coglierne i punti deboli e discuterne con i ragazzi, perchè il tempo è dalla loro parte, perché sta a loro cambiare le cose.

Le modalità di valutazione che usiamo oggi sono prive di senso: la valutazione per competenze è solo una parola, che presupporrebbe una rivoluzione vera e prova nel modo di concepire la scuola, la valutazione sommativa è comoda per le famiglie ma avvilente per i ragazzi che si trovano a vedere i loro sforzi ridotti a un numero che, di per sé, parliamoci chiaro, non significa niente, misura la performance del momento e tutti sappiamo che non è da un calcio di rigore che si giudica un giocatore.

La valutazione formativa è probabilmente un’opportunità di cominciare a scardinare il sistema dall’interno, di leggere i ragazzi con un altro sguardo di trovare negli errori non qualcosa da sanzionare ma un percorso da cominciare. Sociolinguistica, nasce negli anni settanta negli Stati Uniti e parte dalla sociolinguistica l’integrazione dei ragazzi neri nelle scuole americane.

Il ragazzo che con un software fa finta gli cada la linea durante la lezione on line o l’interrogazione, è senza dubbio irritante ma dimostra iniziativa e una intelligenza che andrebbe valorizzata, indirizzata su un’altra strada meno nefanda e più produttiva.

Con questo ministro e questa classe politica difficile si possa avviare un discorso che avrebbe bisogno di interlocutori di ben altro livello, ma resta la rabbia per l’ennesima occasione persa, per non aver trovato in un evento tragico la possibilità di ricominciare su nuove basi.

No, per la scuola, non andrà tutto bene. Come sempre.

Migranti: la politica dei miserabili

Non stupisce la notizia apparsa oggi sul quotidiano di Genova che riporta l’intenzione della giunta di chiudere le porte ai migranti e mandare via anche quelli attualmente ospitati alla Fiera.  

I fascisti sono fascisti, i leghisti anche peggio e, nonostante la facciata rispettabile, chi va con lo zoppo impara a zoppicare e il neo sindaco, molto presto, sta dimostrando di non essere il sindaco di tutti, almeno non di chi crede nella solidarietà.

Addolora che una città come Genova, un porto di mare da sempre crocevia di genti diverse, si sia ridotta così e che la gente possa ritenere che i problemi della città si risolveranno come per magia chiudendo le porte a disperati in cerca di una opportunità di vita. Genova e i genovesi hanno evidentemente dimenticato le folle di emigranti italiani che, agli inizi del secolo scorso, riempivano le sue strade e le sue vie in attesa di imbarcarsi per l’America. La storia non insegna niente.

Mi addolora molto di più, perché lì sono le mie radici, la protesta contro i migranti dei comuni siciliani della provincia di Messina. Manco dalla Sicilia da molto tempo, purtroppo, e non so se la situazione sia veramente diventata insostenibile, conosco però bene le posizioni del sindaco di Messina, che non sono certo in linea con queste proteste. D’altronde, che il vento fosse cambiato, si era compreso con la mancata rielezione del sindaco di Lampedusa. Ma quelle proteste fanno male a chi consoce i siciliani.

Ormai la politica è diventato un gioco da miserabili, quando individui lombrosiani come Salvini riempiono le prime pagine dei giornali con le loro menzogne e le loro ignobili affermazioni razziste e chi sarebbe deputato a controbatterle segue invece l’onda stomachevole dell’intolleranza, per fare un passo indietro quando si accorge di aver esagerato, significa che la ragione ormai non è più immersa nel sonno, è caduta in coma.

Lo testimonia l’esultanza di Salvini per il rinvio dello Ius soli. Possibile che nessuno riesca a spiegare a questo essere abbietto che lo Ius soli non riguarda i migranti che arrivano in Italia, che deve smetterla di mentire e insinuare nella gente false idee, di esultare come un demente per il rinvio di un provvedimento civile e necessario?

Bene ha fatto Gentiloni a rinviare l’approvazione che Renzi, che in quanto a spregiudicatezza, cinismo, e opportunismo politico sulla pelle degli altri non è secondo a nessuno, aveva voluto, sperando di guadagnare voti alle recenti elezioni facendo qualcosa di sinistra e sbagliando, come sempre, tempi e modi.

Lo Ius soli riguarda quei bambini, e le mie classi ormai sono formate quasi sempre in maggioranza da loro, nati in Italia, che in Italia sono da cinque anni o hanno concluso almeno un ciclo scolastico. Sono bambini italiani a tutti gli effetti, che parlano la nostra lingua e sono cresciuti nella nostra cultura. Spesso hanno genitori che lavorano regolarmente nel nostro paese da anni e pagano le tasse.  Le folle di migranti sui barconi non c’entrano nulla, si tratta del perfezionamento di una legge già vigente che non comporta alcuna invasione né alcun attacco a una italianità che sarebbe invece tanto bello scomparisse nei suoi tratti più diffusi.

Machiavelli, il fondatore della scienza politica, scindeva la politica dalla morale ma non dall’etica: anche gli atti più riprovevoli come l’omicidio e il tradimento, erano secondo lui giustificati purché fossero commessi a favore del benessere del popolo. Sembra invece che i politici odierni, ovviamente non tutti, ci saranno anche persone coscienziose, siano più portati a seguire l’ottica di Guicciardini, secondo cui ognuno deve seguire il proprio “particulare”, la propria convenienza personale. A proposito di italianità, questo è sicuramente uno dei tratti più diffusi,

In questi giorni stiamo assistendo, nell’indifferenza quasi generale, a un gioco al massacro sulla pelle degli ultimi, a un disumana speculazione per guadagnare voti, a un imbarbarimento della politica a livelli talmente infimi  da risultare inconcepibili. Siamo allo sdoganamento del razzismo, all’egoismo e all’intolleranza come programma politico. E’ la reazione della borghesia più ottusa e corrotta del paese, quella che costituisce la vera palla al piede dell’Italia, che trova ampi consensi in una popolazione sempre più deprivata culturalmente, sempre più carente in quei valori fondamentali che sono alla base della civiltà.

Quello che più disturba sono le menzogne oggettive, come i dati sui migranti sparati a caso, la distorsione continua della realtà, l’assoluta mancanza di volontà politica di affrontare seriamente un problema ancora gestibile, gli esseri umani ridotti a merce di scambio politica, schiavizzati due volte, deprivati della loro umanità e ridotti a cose da spostare e allontanare per non turbare le coscienze dei bravi borghesi. A me questa politica, questa visione, questa strada che il mio paese e  le mie due regioni sembrano aver intrapreso, fa vomitare.

Non ho soluzioni da proporre, lotto contro il razzismo da così tanto tempo che tendo a considerarlo un male endemico, come l’influenza, qualcosa che a ondate arriva e poi se ne va, magari dopo qualche foto sui giornali di bambini morti. Già una volta l’Europa, sull’onda del razzismo, è arrivata all’autodistruzione. Oggi lo stesso vento soffia sugli Stati Uniti, che hanno però anticorpi democratici più forti dei nostri (quando si tratta della politica interna, sulla politica estera stendiamo un velo) e, si spera, riescano a contenere il presidente più demente degli ultimi decenni.

A mio parere, l’incompetenza dei nostri attuali governanti, che si occupano solo di tutelare lo status quo e mettere a tacere chi la pensa diversamente, sia quelli al governo sia quelli impegnanti in una opposizione solo apparente, sta costando molto cara a tutti. Ma la vita è assumersi responsabilità: la gente non può continuare a seguire il nulla e poi lamentarsi delle conseguenze, Genova non può votare i fascisti e poi andare in piazza se si comportano come tali e così l’Italia tutta. La gente, in questo momento, sta sorvolando sulla costante emorragia di diritti a cui viene sottoposta da anni, sulla distruzione sistematica della scuola, sempre più privilegio di pochi, su una politica economica a vantaggio esclusivo di banche e imprese scegliendo invece di concentrare la propria rabbia sugli ultimi, in nome di un desiderio di sicurezza inopportuno e smentito dalle statistiche sui reati fornite dal Ministero degli Interni, o in nome di quel principio del capro espiatorio che ha riempito le fosse dei cimiteri di tutta Europa in diversi periodi storici.

La politica è lo specchio della gente, e questa politica è lo specchio di un’opinione pubblica che non riesce più a compattarsi sui problemi reali, sui valori che contano. Un’opinione pubblica in  cerca di falsi profeti, di improbabili guru, a volte miliardari, che a suon di volgarità linguistiche e intellettuali la guidino verso la luce. Non importa se il guru dice oggi una cosa e domani l’opposto, magari, avesse letto della neo lingua di Orwell la gente capirebbe, ma il problema è che la gente non vuole capire, vuole essere presa in giro per sognare, che  a prenderli per i fondelli sia Renzi, Grillo o Salvini poco importa: sono intercambiabili, privi di cultura politica politica, signori e amplificatori di vuoti a perdere mentali che stordiscono e questo vuole la gente, stordirsi, fumarsi una mega canna e sorridere beata lasciando il mondo fuori e il guru a risolvere i loro problemi.

Questa è la vittoria più grande, e si avvia a diventare definitiva, del Sistema. Ci hanno ridotto a consumatori, quello è il nostro ruolo e chi non ci sta, vie
ne eliminato. Come nel Grande Fratello, la trasmissione televisiva, non quello di Orwell, In quello di Orwell ci viviamo da decenni senza accorgercene.

Ricominciare dalle periferie

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Le periferie sono non luoghi, discariche umane ai margini delle città dove vive chi è tagliato fuori totalmente o quasi totalmente da una qualsiasi opportunità di riscatto sociale, gli indesiderati, gli impresentabili veri, gli emarginati. Le periferie sono brutte, spazi nati senza un dimensione sociale e destinati a restare chiusi dietro una frontiera invisibile e invalicabile. la bruttezza come dimensione estetica è già di per sé emarginante, non comunica. non apre spazi di pensiero.

Io sono nato e cresciuto in periferia, una periferia assai diversa da quelle odierne. I quartieri operai erano vivi, la gente si conosceva e si riconosceva, le parrocchie e le sezioni del PCI ( ho frequentato più le prime che le seconde, per quanto possa sembrare singolare a chi mi conosce) erano centri di aggregazione reali. I sacerdoti di strada, come quelli che ho avuto la fortuna di conoscere, svolgevano soprattutto il compito di presentare ai teppistelli del mio quartiere possibilità di un rapporto diverso con gli altri, a  riconoscere il sé anche negli altri.

Nelle sezioni si discuteva, si ascoltava Dylan, Cohen, Neil Young e i loro epigoni nazionali, si criticava, si cercavano soluzioni e si forniva una rete di salvataggio sociale a chi non la possedeva.

Parrocchie e sezioni erano centri di coscienza etica e civile, la distanza tra Marx e la dottrina sociale della Chiesa assai minore di quanto si pensi. In periferia forse non salvavi l’anima e non sviluppavi una coscienza da intellettuale organico,  ma ti veniva voglia di migliorarti e di guardare agli altri, di comprendere che il mondo non ruotava attorno a te stesso e che ogni azione implicava responsabilità. Era già molto.

Oggi le periferie sono terre desolate prive di identità, abbandonate a sé stesse in una logica autoreferenziale che non è nemmeno più distruttiva ma ripetitiva, un loop infinito che non ha mai fine. Il tempo, lo spazio, gli spostamenti in periferia assumono una dimensione completamente diversa, diventano non tempo, non spazio, immobilità, spesso scandita dai programmi televisivi, di solito i peggiori.

La sinistra tradizionale, marxista leninista è morta e non risorgerà. Punto. ma una sinistra diversa, con una visione, con ideali forti da trasmettere alla gente può ancora esistere, ha ancora una sua ragione d’ essere e deve ripartire dalle periferie.

La sinistra deve tornare a offrire valori, a dare speranza, a rimettere in movimento quello che è fermo.

Bisogna tornare a parlare con la gente, ad ascoltarla a motivarla e, quando possibile, a istruirla. perché non c’è riscatto sociale senza istruzione, istruzione, non formazione, sapere, non mere nozioni pratiche.

Partire dal piccolo: i problemi di un quartiere. Spingere la gente fuori dalle case, farla riunire, discutere, litigare, proporre. Restituire alle persone la speranza che unendosi si possono ottenere risultati. Risultati che non coincidano, ovviamente, nel mandare via questa o quella etnia, ma nel trovare insieme, soluzioni per una convivenza serena, nel riconoscersi come persone che hanno gli stessi problemi, gli stessi sogni, le stesse paure.

Costa tempo e fatica, tornare a fare questo lavoro che un tempo preti e comunisti sapevano svolgere benissimo. Ma se si vuole cambiare, bisogna scendere dalle poltrone e dalle sedi comode, quasi sempre situate nel centro città, e andare in periferia, dove la sinistra è stata giustamente punita, perché ha tradito le speranze della gente, perché parla ormai un linguaggio incomprensibile.

Tutto il resto è fuffa. La globalizzazione è una realtà irreversibile, è inutile combatterla, ma si può migliorare, trasformarla in una reale risorsa per tutti. legalità è una parola svuotata di significato che quasi mai coincide con  giustizia sociale, un contenitore in cui far confluire tutto e il contrario di tutto, la legalità senza etica non significa nulla ed è il tessuto etico di questo paese che va ricostruito. Imprigionare i corrotti, va bene, ma è necessario inaridire le radici della corruzione. Con le chiacchiere roboanti ascoltate in questi giorni, anche dal teatro Brancaccio, e va tutta la mia simpatia a quelle persone, animate da buone intenzioni ma con poche idee confuse, non si ricostruisce un accidente.

Tornare ad occuparsi delle piccole cose, tornare  a prendersi cura delle persone, questo deve fare la sinistra. Offrire squarci di luce nel buio di una crisi che durerà ancora a lungo. questo bisogna fare.  Le parate, le dichiarazioni, i discorsi sui massimi sistemi hanno fatto il loro tempo.

E’ arrivato il tempo di tornare a sognare un mondo migliore, più equo, più solidale, più giusto, senza stravolgimenti di sistema ma trasformando un moto perverso in un moto virtuoso. Questo è quello che associazioni, politici, persone di buona volontà che si riconoscono in quell’ideologia dai contorni vaghi ma dai principi solidi che si chiama sinistra, dovrebbero fare. Tornare a essere centri di azione sociale e cominciare a farlo dove la società non c’è, dove lo Stato è assente, dove le persone sono sole.

Ovviamente, Renzi e il suo partito , perfettamente omologati alla società globale e alle logiche di mercato, non c’entrano nulla con questo discorso, non lo comprenderebbero, e la stessa natura del renzismo lo rende incompatibile con un’azione sociale capillare.

Io lavoro a scuola, per me guardare al singolo come a una parte del tutto e capire che i problemi del singolo sono i problemi di tutti, è naturale, spontaneo. E’ vero che la classe è un microcosmo ma è anche vero che, gente antica molto più intelligente di me, diceva che il microcosmo è lo specchio del macrocosmo.

Per quanto mi riguarda, tornare a curarsi della gente è l’unica strada possibile per la sinistra, se vuole avere ancora una speranza non di governare, ma di rendere il mondo migliore. Che sarebbe già un gran risultato.

Il grande freddo e le lacrime

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Nonostante abbia scritto tutto il male possibile sulla precedente amministrazione, nonostante consideri Renzi e il Pd due nemici da abbattere, provo una grande amarezza al pensiero che Genova verrà governata da una giunta in cui convivono uomini d’affari, xenofobi, razzisti e fascisti, e non so quale sia, tra queste, la categoria peggiore.

Circa il sedici per cento dell’elettorato ha determinato questa scelta. Il 70% della gente, con molte buone ragioni che mi sento di condividere, ha scelto di non esprimersi.

Il mio pensiero va a Carlos, Kathrine, Hind, Bashir, Issam, Camila, e potrei andare avanti a lungo, sono i nomi dei miei alunni “stranieri”, nomi a cui corrispondono storie, sorrisi, volti, lacrime.  Probabilmente, per loro e le loro famiglie, la vita da oggi sarà un po’ più complicata, non tanto per i provvedimenti xenofobi che questa giunta prenderà sicuramente, Bucci dovrà pagare pegno alla maggioranza leghista suo malgrado, quanto per il clima che si è creato in città. 

Penso a quegli atteggiamenti insopportabili che a volte si vedono sui mezzi pubblici nei confronti di chi ha un colore diverso, penso al razzismo, che combatto quotidianamente e che probabilmente avrà un ritorno di fiamma, specie nei quartieri più disagiati, alimentato dalla nuova classe dirigente, penso agli esempi deleteri che avranno di fronte questi ragazzi, al futuro che gli si prospetta, alla rabbia che lentamente coverà in alcuni di loro. Penso all’amarezza e alla frustrazione che proveranno ogni volta che qualcuno li farà sentire “diversi”. Anche se ad essere diversi da certa gente c’è solo di che provare soddisfazione.

Questo non è il mio sindaco, rappresenta quasi tutto quello che odio e combatto da una vita, non sono d’accordo con chi dice di aspettare e vedere se manterrà le promesse perché non manterrà le promesse, per altro vaghe. Questo paese per vent’anni è stato governato dalla destra e il risultato è stato fare tabula rasa di ogni principio etico e morale, sdoganare i fascisti e’  l’effetto più  evidente di questo processo, e trasformare una sinistra bolsa e senza idee, in una destra annacquata. Quindi non venitemi a dire che bisogna lasciarli lavorare perché, storicamente, da quella parte, per il paese non è mai venuto nulla di buono e io la Storia la insegno, nella Storia ci credo. La destra si combatte, non si ascolta e non si aspetta.

Questa è una città che non mi appartiene più, che non riconosco più e che non mi piace. Io amavo la Genova delle lotte operaie, la Genova solidale e cooperativa, la Genova delle collette e dell’accoglienza ai profughi cileni, la Genova che applaudiva gli Inti Illimani e sentiva il 25 Aprile come la “sua” festa. La Genova partigiana, la Genova con i pugni chiusi, la città che si è stretta attorno a Guido Rossa, che ha detto no al terrorismo, che ha invaso le strade al funerale di De Andrè, la Genova che durante il primo giorno del G8 del 2001 è scesa in piazza con i migranti, la Genova dei portuali e delle braccia incrociate, la Genova di Don Gallo, di Don Prospero, dei preti che parlavano alla gente, dei lavoratori dell’Ansaldo e delle bandiere rosse.

Ha cominciato a morire in piazza Alimonda, quella Genova, alla Diaz, a Bolzaneto, il colpo di grazia gliel’ha poi dato quel partito che, per tanti anni, ha fatto la sua storia e poi l’ha rinnegata.

Ricordo una festa dell’Unità, alla guida del partito c’era Veltroni. Apre il suo intervento Victor Rasetto, barba alla Guevara, pettinato (odio gli uomini pettinati). Io e Claudia, mia moglie, ascoltiamo esterrefatti mentre dice che l’affermazione personale, l’aspirare alla ricchezza e al potere, non è un delitto. Ecco, lì ho capito che era finita. Il partito si stava già trasformando, stava già preparando Renzi, che è il prodotto finale di ambiguità, passi falsi, compromessi, connivenze, che hanno prodotto l’orribile metamorfosi che ha trasformato il più importante partito comunista d’Europa in un partito di destra amico dei fascisti.

“ Il grande freddo lo scioglieranno le lacrime del nostro furore” canta Claudio Lolli, un comunista, nel suo ultimo, bellissimo disco. Il Grande freddo è uno dei “miei” film, la narrazione delle perdita dell’innnocenza, della fine dei sogni di fronte alla realtà, del passaggio dalla gioventù a una maturità rassegnata ma, nello stesso tempo, è anche la consapevolezza che si può scegliere di restare sé stessi, di non cambiare, di non accettare compromessi su quei principi che erano le fondamenta della protesta e della lotta.

Oggi è la giornata delle lacrime, amare e brucianti, e del furore, se saranno sufficienti a sciogliere il grande freddo, lo vedremo più avanti.

Report: incidente di percorso o si è squarciato il velo di Maia?

Premetto che Report non l’ho mai sopportato. detesto i toni apocalittici di chi vuole per forza che in questo paese tutto vada male e cerca il marcio, detesto in particolare una certa sinistra, quella dell’area politica di riferimento della Gabanelli, che ama la polemica per la polemica, che è superficiale nell’analisi e confonde la denuncia con la calunnia.

Ricordo un osceno servizio sulla scuola che avrebbe provocato probabilmente un sussulto orgasmico a Renzi, se non fosse stato ancora in fasce.

Detto questo, dopo le polemiche sulla puntata, a dir poco approssimativa e tendenziosa, riguardante i vaccini, ho visto una parte dell’ultima puntata, quella dedicata a Trip Advisor e l’ho trovata inutile e irritante.

Ok, i like possono essere facilmente falsati: sai che scoperta! Lo fanno i ragazzini per aumentare gli accessi alle pagine Facebook, figurati dei manager. Ok, esistono agenzie che offrono di aumentare i like dietro compenso. Non è illegale, è nell’rodine delle cose in pubblicità Uno scrittore altrimenti osceno come Dan Brown, continua a vendere milioni di copie perché ogni suo (pessimo) libro è accompagnato da un ingente battage pubblicitario che comprende le numerose copie bene in vista nelle librerie per catturare l’interesse dei lettori. E allora?

Insomma mancava lo scoop, mancava il servizio mancava il motivo di una polemica capziosa e gratuita. Viaggiando, mi affido spesso a Trip advisor e posso dire che non mi ha mai ingannato: i buoni ristoranti hanno molti like a priori e i commenti negativi gratuiti si riconoscono immediatamente. Personalmente lo trovo un servizio utile e affidabile, quando non risultasse più tale, cancellerei l’app dal cellulare e amen. Allora?

I gestori che si lamentavano delle cattive recensioni o non fornivano un servizio adeguato o avevano prezzi elevati: escludo per la mia esperienza che Trip Advisor possa far chiudere un locale dove si mangia bene. nasce il dubbio che il servizio sia stato suggerito proprio da chi ha moto da temere dalle libere recensioni dei clienti.

Il legittimo sospetto è che Report non abbia mai fatto giornalismo d’inchiesta, quel giornalismo di cui la Rai un tempo era maestra e si sia limitato a sollevare polvere, qualche volta colpendo anche nel segno, spesso no. Adesso che non ha più le spalle coperte politicamente, adesso che non c’è più il berlusconismo da combattere ad ogni costo ma tutto è diventato berlusconismo con un altro nome, i nodi vengono  al pettine e viene messa in evidenza, spietatamente, forse al di là dei demeriti effettivi, la pochezza di un programma che ha fatto il suo tempo.

E’ un altro esempio dello stato miserando in cui versa l’informazione nel nostro paese. Sui giornali leggiamo servizi approssimativi, tendenziosi, volgari, molto, troppo spesso, pieni di errori. le notizie importanti vengono messe in secondo piano a favore dello stucchevole pettegolezzo quotidiano.

Parliamoci chiaro: chi se ne frega se la moglie di Macron ha venticinque anni più di lui? Non è più importante che riesca a frenare la deriva populista che porterebbe una vittoria della figlia del fascista Le Pen?

E’ davvero così rilevante che un ballerino abbia toccato per scherzo il culo ad Emma durante una puntata di amici? Tanto da sbatterlo su tutti i giornali?

Ce ne può fregare di meno se un presunto terrorista marocchino chiamava mamma la sua padrona di casa?

Come mai è scomparsa la Siria dalle prime pagine? Stanno tuti bene? E in Turchia che si dice, tutti liberi? Come se la passano in Venezuela? Cosa succederà in Europa se vincesse i ballottaggi la figlia del fascista? Qual è il programma di Renzi nel malauguratissimo caso che riesca a vincere le inutili primarie del Pd? Come pensa di ricostruire un partito che ha condotto alla scissione e di recuperare un elettorato che lo odia? Cosa pensa di fare Grillo per la scuola, per il lavoro, per la penetrazione delle mafie al nord, per i problemi reali che affliggono questo paese?

Queste sono notizie, tutto il resto è solo chiacchiericcio inutile.

L’impressione è che la nuova edizione di Report abbia squarciato il velo di Maia sul programma e che anche il re dell’informazione di denuncia sia, alla fine, desolatamente nudo. né più né meno uguale ai suoi fratelli della carta stampata. Questo è un paese dove la diversità presto o tardi, diventa omologazione.

Un’informazione di basso livello asservita alla politica è un rischio per la tenuta democratica di questo paese ma il problema sembra non toccare minimamente né i vecchi né i presunti nuovi attori della scena politica italiana. Loro, finché in prima gina c’è la mano sul culo di Emma, dormono sogni tranquilli.

P.s. A scanso di equivoci: lo scherzo ad Emma è stato censurabile e di pessimo gusto.

Un osceno spettacolo

Se si potesse disinstallare una parte del mondo, personaggi, fatti cose, come si fa con qualunque software, ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta: resettiamo il dramma siriano o i minori che arrivano nel nostro paese e spariscono con i barconi, Donald Trump degno figlio di suo padre o Renzi e il suo delirio di onnipotenza, la disuguaglianza o la quotidiana ingiustizia, l’ignoranza o i suoi figli (razzismo, intolleranza, nazionalismo, ecc.) ?

Il mondo offre un osceno spettacolo in questi giorni, spettacolo di cui Donald Trump non è il mattatore ma solo un comprimario momentaneamente sotto le luci della ribalta.

So che molti la pensano diversamente e spero di sbagliarmi ma io credo che Trump interpreti alla perfezione quello che sono gli Stati Uniti d’America: un paese ossessionato dal potere, dove il valore di un uomo è dato dal reddito annuo, dove il razzismo non è mai scomparso e l’accoglienza è stata sempre dettata dall’utilitarismo, un paese dove la democrazia è privilegio per pochi come la giustizia. un paese arrogante che deve cercare continuamente pretesti per nuovi conflitti in modo da soddisfare la sete delle sue fabbriche di armi. Io credo che l’americano medio somigli più a Trump che a Springsteen o a Sanders, e che la libertà americana sia tale per i wasp, con un buon reddito annuo e un lavoro solido. Per la working class, per gli immigrati, resta il sogno americano, un mito che già Steinbeck e Dos Passos avevano fatto a pezzi, su cui De Lillo ha gettato una luce sinistra e oscura.

Gli Stati Uniti sono quelli del napalm in Vietnam, del golpe in Cile, degli aiuti a Suharto per sterminare i comunisti in Indonesia, dei generali argentini, della United Fruit, sono quelli che hanno fatto diventare Zarkawi, fino ad allora un estremista emarginato anche da Al Quaeda, un mito, fornendogli indirettamente il seguito necessario a fondare l’Isis, sono quelli che hanno inventato le armi di distruzione di massa e devastato un paese per poi andarsene con la coda tra le gambe. Sono quelli del Ku Klux Klan e dei neri uccisi come mosche o inprigionati in attesa di essere “giustiziati”, gli stessi che hanno assassinato i due Kennedy, quelli di Guantanamo e della Cia.  Trump è l’erede di questa America che è, per quanto possa far ribrezzo, maggioritaria.

L’Europa, a questo punto, è a un bivio, si trova di fronte a una scelta identitaria: è l’Europa globalizzata della finanza o quella populista della Le Pen, entrambe calamitose per le classi meno abbienti? E’ l’Europa del deficit controllato o quella del welfare? Quella dei muri o quella dell’integrazione? Sono domande pesanti, gravide di conseguenze, a cui, al momento, non si può dare risposta.

La piccola, miserevole Italia degli ultimi anni, quella corrotta e gaudente di Berlusconi e quella finta e immaginaria di Renzi, poco conta e poco conterà se continuerà a girare in tondo in un loop autoreferenziale ed auto distruttivo, passando da una guida mediocre all’altra, seguendo un populismo vuoto e privo di contenuti, una sinistra che ha fatto scempio della sua storia o una destra che non può più depredare nulla perché ha lasciato dietro di sé terra bruciata. E’ necessaria una nuova strada, una nuova visione, una nuova prospettiva che al momento, nessuno sembra in grado di offrire al paese.

Lasciando perdere la dissoluzione del capitalismo, vagheggiata da chi non ha capito che la storia fa vinti e vincitori e non ha pietà per i primi, si giocherà nei prossimi anni una partita importante per le sorti del mondo: o la democrazia dimostrerà di avere anticorpi sani e rovescerà le tentazioni autoritarie che, se Trump dovesse consolidare il proprio consenso, cresceranno esponenzialmente, o ci ritroveremo  a considerare Orwell un profeta. Al momento la partita è aperta e non è così scontato che i buoni, ammesso che ci siano, stiano vincendo,.

L’insostenibile leggerezza del senso dello Stato

Quello che risulta dalla vicenda referendaria è l’assoluta, totale mancanza di senso dello Stato da parte di tutti gli attori di quel Vaudeville che è diventato il Parlamento.

La domanda che si è posto Renzi dopo il referendum è: come mantenere il potere? Quella che si sono posti Grillo, Salvini, Berlusconi, e compagnia cantante è: come arrivare al potere?

Non si spiegherebbe altrimenti la fretta di arrivare al voto che pervade tutti gli schieramenti in campo. Nessuno, dico nessuno, si chiede cosa sarebbe meglio per il paese. Nessuno, dico nessuno, si chiede quanti altri mesi di immobilità politica possano sopportare i disoccupati, i nuovi poveri, i giovani in cerca di lavoro.

L’idea politica di Renzi, anche se parlare di idea appare esagerato, un liberismo deregolato all’americana con regalie populistiche per tenere buono il popolino mentre lo si deruba dei propri diritti, lasciando spazio alle multinazionali e a quel potere mafioso che in Italia, da tempo ormai, condiziona l’economia, è stata clamorosamente sconfessata dalla maggioranza degli italiani. L’ex premier tiene in gran conto il 40% che ha votato per lui ma, la sua memoria altamente selettiva, tende a scordare che il 60% gli ha detto no. Oggi leggiamo che la squadra di governo verrebbe sostanzialmente riconfermata e i  sostituti di quei ministri che si sono distinti per la loro incompetenza in un governo di incapaci, sono peggio dei titolari. Non c’è quindi all’orizzonte un cambio di linea politica, cambio necessario, perché le pseudo riforme renziane erano legate, a suo dire, alla madre di tutte le riforme, che il popolo ha bocciato.

Che senso ha dunque, avere ancora alla guida del partito di maggioranza il responsabile di due anni di governo fallimentare? Perché nessuno chiede le dimissioni di Renzi? I tanto vituperati D’Alema, Veltroni, Bersani, dopo aver perso, rimisero i loro incarichi lasciando ad altri l’onere di guidare il partito. Il rottamatore, quello che voleva scollare dalle sedie i senatori,sembra essere stato contagiato dalla stessa malattia che voleva debellare.

L’idea politica di Grillo non c’è, non esiste. Fino ad ora la politica dei Cinque stelle si è ridotta a un populismo gridato, facili slogan e scivoloni clamorosi, come la richiesta di un referendum sull’euro che, per legge, non si può fare (per fortuna!). L’amministrazione di Roma fino adesso è fallimentare, non solo per colpa della Raggi ovviamente, ma si è perso molto, troppo tempo in modo dilettantesco. A Torino, Appendino vive di rendita su quanto ha fatto Fassino, più o meno come Renzi ha vissuto per un anno su quanto aveva programmato Letta, vedremo quando i nodi verranno al pettine. Di Battista e co. sono sconcertanti per la quantità inesauribile di fesserie che riescono a dire, per l’assoluta mancanza di un progetto, un’idea di politica che vada oltre pochi slo0gan ormai stantii.

Della destra non di governo non parlo. Considero Salvini un esemplare lombrosiano, attendo con ansia quando diventerà solo un cattivo ricordo. Berlusconi è una mummia come mummificata appare tutta la destra che avrebbe dovuto portare alla rivoluzione liberale ed è riuscita a produrre solo un mostriciattolo come Renzi.

Questo il nostro panorama politico. A questi individui, dell’ Italia e degli italiani non importa nulla. Il dato tragico è che gli italiani , si scannano tra loro parteggiando per uno o l’altro di questi sepolcri imbiancati.

E’ il destino di un paese la cui unità nazionale, e di conseguenza, la democrazia, non si sono mai compiute. Basti pensare che se si debellasse il cinquanta per cento dell’evasione fiscale, potremmo tornare ad avere un welfare dignitoso, per comprendere l’assoluto egocentrismo degli italiani.

Il grosso rischio è che il disastro italiano trascini nel baratro l’unione europea. Nonostante i deliri di Grillo e Salvini, non possiamo fare a meno dell’Europa e, soprattutto, dei valori dell’Europa, anzi sarebbe nostro compito trasformare l’Europa delle banche nell’Europa dello Stato sociale, in una confederazione politica dove tutti rinunciano a parte della propria sovranità in nome del bene comune..

Ma questo è un discorso da statisti, un discorso che uomini piccoli come quelli che siedono oggi in Parlamento, con le dovute, rare, eccezioni, non sono in grado di capire. La loro parola d’ordine è “ comandare è meglio che fottere”.

Italiani, brava gente (quando vogliono)

L’esultanza di Salvini al comparire dei primi risultati del referendum, testimonia che, come sempre, non ha capito una beata minchia di quello che è successo ieri. Proviamo a sfatare qualche luogo comune.

1) Non ha vinto la destra.

La destra italiana è populista e ieri abbiamo assistito al rifiuto del populismo da parte degli italiani, al rifiuto di una politica urlata a forza di slogan, fatta di regalie e strizzate d’occhio ai vari potenti, priva di contenuti e idee. Esattamente la politica dei vari Salvini, Grillo e Renzi, appunto. Fatevi i conti dell’oste: la destra e i CInque stelle, la destra, appunto, non avrebbe vinto il referendum. Inoltre, quella è gente che non vota per cazzate come la Costituzione.

2) Ieri ha vinto una parte della sinistra.

La sinistra della gente, quella che è cresciuta manifestando e lottando per i diritti, la sinistra dei consigli di fabbrica e delle manifestazioni studentesche, la sinistra umiliata e offesa da Veltroni, D’Alema, Bersani e ridicolizzata da Renzi, la sinistra che ha vissuto la guerra fredda e il muro, la sinistra antifascista e partigiana, la sinistra che ha brindato quando è morto PInochet. Non siamo finiti, non siamo storia, siamo presente e presente che lotta.

3) Il voto di ieri è stato contro Renzi.

Non raccontiamo cazzate tipo: “ho votato solo il merito della questione…” ma de che? Ma quale merito? In due anni quest’armata Brancaleone è riuscita a fare più danni della compagnia girovaga Berlusconi & Picchiatori pentiti, ha distrutto la scuola, gettato nel cesso lo statuto dei lavoratori, cancellato le guardie forestali, fatto una brutta riforma sulle unioni gay (va dalla parte dei meriti), fatta una brutta riforma sui reati ambientali (va dalla parte dei meriti), Vogliamo poi parlare dell’Ilva? Vogliamo aggiungere il ponte sullo stretto e i vari bonus di circostanza? E votiamo il merito della questione de sticazzi? Renzi ha personalizzato il referendum e l’ha perso, Per motivi misteriosi, nel nostro paese, il peccato di superbia viene immediatamente e spietatamente punito dagli italiani: è toccato a Craxi, D’Alema, Berlusconi, a tutti quelli che a un certo punto hanno detto: o con me o contro di me. Inevitabilmente, l’italiano risponde: fottiti.

4) Il voto di ieri è stato contro questo governo

Giannini, Faraone, Boschi, Poletti, Alfano, sono solo alcuni esempi di cervelli rubati all’agricoltura e messi al potere. Renzi ha sbaraccato la vecchia guardia, compresa la burocrazia ministeriale, commettendo l’errore di quei barbari che, invasa l’Italia con le loro forze fresche, pensavano di poter governare ignorando la solida struttura dell’Impero romano. Se sostituisci persone competenti, devi mettere dei pari valore, non persone magari di buona volontà ma totalmente prive di capacità politiche, anche se fornite di grandi dosi di arroganza. Questi poi erano proprio incapaci in tutto.

5) Non c’è stata l’apocalisse

Le banche sono i piedi, la borsa non è crollata, siamo ancora in Europa. Ma davvero Renzi pensava di mettere paura agli italiani? Quelli che hanno passato il terrorismo di destra e di sinistra,la stagione delle bombe, Gladio, la mattanza di Palermo, Mani pulite, quelli che c’erano durante il sequestro Moro, che piangevano ai funerali di Guido Rossa?  Ma dopo quarant’anni di Dc davvero credeva che ci saremmo fatti prendere in giro da lui?

6) La sinistra è viva

La sinistra c’è ancora. Se il Pd continuerà a inseguire gli avversari sulla strada del populismo, la distruggerà, se la soluzione migliore che sa trovare è il giovanilismo e il fare per il fare, allora non c’è speranza, ma se per caso facesse tesoro della lezione, trovasse dei punti su cui convergere e una leadership dignitosa, forse si può rialzare la testa.

7) La destra e i Cinque stelle.

Non sono un’alternativa, non hanno un progetto politico, sono anti europeisti quindi fuori dal mondo, tendenzialmente razzisti alcuni, decisamente razzisti altri, sono privi di ideologie e di teorie, non hanno una visione.Non sono la soluzione e non lo saranno mai. Anche la destra, come la sinistra, ha bisogno di essere rifondata su nuovi paradigmi. Non c’è nessun avanzata delle destre in Europa e l’ha dimostrato ieri l’Austria: non confondiamo la paura e la depressione provocate dalla crisi agitando gli spettri del fascismo. In Francia e in Germania prevarrà la raqione e Strump si sta già ridimensionando.

8) I partigiani

Ringrazio quelli ancora vivi e quelli morti, per quello che ci hanno dato e continuano a dare. L’Italia, ancora una volta, ha scelto di essere antifascista, democratica e partigiana Questa è la vostra vittoria.

Italia, terra desolata.

Mentre con regolarità teutonica Novembre ci fornisce l’ennesima prova del dissesto idrogeologico del nostro paese,sui media infuria  la polemica sul referendum prossimo venturo.

A cosa sono servite settimane di dibattiti di infimo livello se non a distogliere l’attenzione della gente dai problemi veri del paese? Potremmo dire che non è più la religione ad essere oppio dei popoli ma il faccia a faccia, l’esternazione, la dichiarazione e tutte le tediose forme di elucubrazione sul nulla a cui siamo stati sottoposti in questi ultimi tempi.

Da una parte e dall’altra, argomentazioni risibili, cantonate grottesche, menzogne palesi, insulti da trivio,  annunci da dopo di me il diluvio, ecc.

Ieri, nell’indifferenza più totale, Matteo Renzi, presidente del consiglio di un governo non eletto, così facciamo contento chi afferma che da noi il presidente del consiglio non si elegge, ha gettato la maschera nell’indifferenza più totale.

Di fronte all’ennesima riforma mal scritta bocciata dalla corte costituzionale, ha affermato che questa è la prova che il paese è bloccato. Ergo, recita il sotto testo, votate sì, così potrò fregarmene della corte costituzionale e far passare quello che voglio. Uno splendido esempio del cambiamento che ha in mente.

Mi sembra quindi opportuno reiterare alcuni dei motivi per cui mi opporrò al referendum:

Io voterò no perché non credo che il problema di questo paese sia la Costituzione ma una classe politica inetta, ladra e prona al grande capitale e alla finanza.

Voterò no perché ogni giorno tocco con mano quello che questo governo ha fatto alla scuola pubblica, trasformandola nello specchio del paese, una terra desolata dove spadroneggiano servi e opportunisti, un’arena dove la guerra tra poveri impazza a scapito dei più deboli.

Voterò no perché dire che altrimenti non cambia niente è un’assurdità: l’eventuale sconfitta del referendum non pregiudica la possibilità di scrivere una riforma elettorale decente, un riforma istituzionale migliore e condivisa, ecc, Casomai, lo pregiudica l’inettitudine di una classe dirigente da operetta, troppo piena di figli di, e di inutili servi muti.

Voterò no perché questa è la stessa riforma proposta da Berlusconi con le stesse motivazioni: la ritenevo fascista allora e non ho cambiato idea.

Voterò no a vantaggio del presidente del Consiglio: un Renzi legittimato a fare quel che vuole è un incubo, un Renzi ridimensionato e costretto al dialogo, può anche non essere del tutto negativo.

Voterò no perché il rischio di una svolta autoritaria in futuro c’è eccome, e solo chi non vuol vedere non lo vede. Assegnare un potere incontrastato e incontrastabile al governo eletto e quindi al suo leader, in un paese tendenzialmente fascista come l’Italia, significa aprire le porte a una svolta tendenzialmente fascista- la frase di ieri è emblematica e non serve un esperto di semiologia per interpretarla correttamente.

Voterò no senza astio e con rispetto per chi la pensa diversamente, per chi crede che questa sia realmente un’occasione di cambiamento, per chi è convinto della buona fede di Renzi, perché questo significa rispettare la Costituzione. Perché sono convinto che tra servi, opportunisti, collusi e cialtroni varie, ci siano moltissime brave persone convinte della bontà di questa riforma e queste persone meritano rispetto anche se credo che stiano sbagliando.

Questo dibattito avrebbe meritato ben altro attori e ben altro livello di discussione: la volgarità intellettuale mostrata da Renzi e dai suoi seguaci e la volgarità tout court di Grillo e adepti, non lasciano ben sperare per il futuro di un paese che ha perso ormai i suoi intellettuali autentici e dove la stampa più che il cane da guardia del potere è il cagnolino da compagnia. Quanto all’opinione pubblica, bisognerebbe parlare del livello culturale medio degli italiani e sarebbe un triste discorrere.

Comunque vada, mala tempora currunt.

Uno spartito per tutte le stagioni

Slavoj Zizeck, con il suo tono provocatorio e irridente, afferma nel suo “Dalla parte delle cause perse” che un’ideologia diventa davvero vincente quando, per sconfiggerla, gli avversari assumono modi e temi di quella stessa ideologia.

E’ accaduto in Inghilterra con Blair che ha sostituito la Thatcher portando avanti il suo programma e diventando più thatcheriano di lei, ed è accaduto anche da noi, dove Renzi ha assunto il potere scimmiottando il berlusconismo, fino ad arrivare a emanare leggi che Berlusconi non avrebbe mai osato fare (es. la Buona scuola, il jobs act, ecc.).

Su questa falsariga, sul berlusconismo assunto a canone, spartito buono per tutte le stagioni, si inserisce il ritorno sulla scena politica annunciato ieri da Beppe Grillo. Possiamo osservare, nella messinscena andata in onda a Palermo, alcuni caratteri propri del primo Berlusconi: l’unto del Signore che si propone come salvatore, l’accentramento autoritario del potere, il bagno di folla, ecc.

Nulla di nuovo sotto il sole: il fascismo latente nella mente degli italiani è riuscito a trovare un modo lecito per tornare in auge anche in democrazia: basta rispolverare il mito del demiurgo, dell’uomo forte, che con un paternalismo bonario si carica sulle spalle i problemi del paese per risolverli, e il gioco è fatto: qualche milione di cittadini abbocca sempre.

Che poi Berlusconi sia entrato in politica per evitare bancarotta e galera, che Renzi sia un prodotto del neo yuppismo degli anni duemila, con poche idee, confuse, nessuna cultura politica e pochi scrupoli, che Grillo sia l’espressione del qualunquismo più becero, un raccoglitore di discorsi da autobus, un comico miliardario annoiato che ha trovato un nuovo giocattolo con cui trastullarsi, poco importa: il narcisismo patologico, il delirio di onnipotenza, l’adrenalina del potere sono i veri motori che uniscono questi tre personaggi, che li trasfigurano agli occhi degli altri e portano il consenso.

Il fatto è che l’ideologia berlusconiana, quella sorta di “fascismo soft” che ha governato il paese per vent’anni, è diventato ormai lo spartito da suonare se si vuole arrivare al potere in questo paese e sia Renzi, sia Grillo sono abili esecutori di questa “Sonata per uomo sole e forte”,

L’alternativa a questa situazione che io giudico calamitosa, è che appaia sulla scena una musica nuova, suonata da un ensemble di solisti talentuosi, che non sia la folla di postfascisti che seguì Berlusconi, quella di rassegnati al meno peggio che vota Renzi e quella di adepti a un culto tra il demenziale  e le visioni di Philip K. Dick, che segue Grillo.

Sarà difficilissimo che questo possa accadere in tempi brevi dal momento che negli altri grandi paesi europei la situazione è più o meno la stessa, per non parlare di quella grottesca espansione del reganismo peggiore che è Donald Trump.

Un ensemble così non potrebbe che suonare una musica anarchica e ribelle, come il jazz e gli italiani,si sa, non hanno mai amato il jazz.