Recensione de Il complotto contro l’America di P. Roth

Si può leggere questo libro come una geniale parodia del complottismo, una affettuosa e amara autobiografia in parte immaginaria, un divertissement ucronico, ecc., ma, alla luce di quello che è accaduto con Trump, dell’ubriacatura nazionalista e populista del popolo americano e di Capitol Hill, appare soprattutto come un libro profetico.

Roth ipotizza che C. Lindbergh, eroe americano la cui ammirazione per il nazismo e l’antisemitismo non sono un mistero per gli storici, arrivi alla presidenza degli Stati Uniti con lo scopo di tenere fuori la nazione dal conflitto e di nazificarla a partire dalla cancellazione degli ebrei.

La vicenda viene narrata dal punto di vista della famiglia Roth e tali e tanti sono gli spunti di riflessione, da cosa significa essere ebrei, a come sia facile, da parte del potere, fomentare l’odio razziale e spingere un popolo a tradire i propri ideali, alle teorie del complotto, che sarebbe necessario un saggio per descrivere la maestria di uno dei più grandi autori americani di ogni tempo nel prenderci per mano e raccontarci questa storia.

Da leggere, perché Roth aveva visto lontano e non solo per quanto riguarda gli Stati Uniti.

Se si ha qualcosa da dire

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Quando un lavoro che nasce da una passione personale dà i suoi frutti, si prova la sensazione di essere sulla strada giusta. Se poi il lavoro è un libro, quindi qualcosa di intimo che trova un senso nella condivisione con gli altri, la soddisfazione aumenta ulteriormente.

Ho creduto molto ne Il sorriso del lupo, un libro scritto d’impulso, come spesso mi accade, ma la cui genesi è stata lunga. Ero infatti incerto se tornare al mondo de Il granello di sabbia e angosciato dall’ìdea di ripetermi. Ma quel mondo mi ha chiamato, i personaggi avevano ancora qualcosa da dire, così è nato non un seguito ma la continuazione di un discorso.

E’ un libro più complesso del precedente, perché il mondo in cui viviamo ha subito cambiamenti imprevisti, perché ai problemi che costituivano il cuore de Il granello di sabbia, il razzismo, il fascismo dilagante, l’omofobia, la condizione delle donne, se ne sono aggiunti altri con la pandemia. Si sono aggiunti, non li hanno sostituiti, perché quei problemi sono sempre lì, anche se non li vediamo e, quindi, apparentemente,non esistono.

Se il precedente era un libro “politico” in tutti i sensi, anche in quello di uno schieramento chiaro, di parte, II sorriso del lupo è un libro che racconta la deriva di una società sempre più priva di valori di riferimento e lancia un segnale d’allarme sui pericoli a cui stiamo andando incontro.

Un recensore su Amazon l’ha definito un “pamphlet”, ma, personalmente, non mi riconosco in questa definizione. Un pamphlet presuppone un collocazione ideologica precisa, l’attacco a una parte da parte di un’altra ed io, oggi, non mi riconosco in nessuna delle parti in campo nello scacchiere politico.

Volevo semplicemente scrivere un libro adatto a tutti, leggibile anche dai ragazzi, che invitasse a riflettere e a discutere, che aprisse spazi di dubbio nelle menti di chi legge. Credo di esserci riuscito, a quel che dicono le classifiche, per quel che valgono.

Ringrazio quindi tutte le mie lettrici e i miei lettori, di cuore., e per ne volesse fare parte, manterrò ancora per qualche giorno il prezzo dell’ebook a 90 centesimi.

Chiudo con una nota personale: ho rarefatto la mia presenza sui social e gli articoli del blog, sia per gli impegni di lavoro sia perché stanco di leggere banalità di tuttologi improvvisati in grado di pontificare su qualsiasi cosa. Ho pontificato anch’io in passato e me ne dolgo, non lo farò più. D’ora in poi scriverò quando avrò qualcosa da dire sulle poche cose che conosco bene: il libri, la scuola, il sindacato, ecc.

Il blog cambierà quindi pelle e, forse, aspetto.

Chi vorrà continuare a seguirmi e a interloquire con me è il benvenuto.

Memoria del lupo

Cronache dal mondo de Il sorriso del lupo. Il primo di una serie di racconti ambientati nel mondo descritto nel libro.

Osservava ogni cosa dall’alto, silenzioso, attento, sia quando doveva cacciare per nutrirsi e puntava un capriolo isolato, da azzannare alla giugulare per non farlo soffrire inutllmente, sia quando studiava gli umani. Aveva imparato, col tempo, una rudimentale nozione di bene e male che andava oltre l’istinto, un apprendimento legato alla memoria e alle immagini. Il piccolo cucciolo d’uomo che abitava nella casa nel bosco, suo padre e sua madre non erano nemici, il che coincideva con il bene. Quando li aveva seguiti, dopo la loro partenza, aveva capito che il suo giudizio era stato corretto. Il cucciolo veniva prima di ogni cosa, come per i lupi. Per lui si poteva rinunciare alla libertà o uccidere.

Sapeva che stava per succedere di nuovo qualcosa, lo sentiva. A volte si chiedeva perché gli umani non percepissero le catastrofi, com’era possibile che non sentissero forte e chiara quella vibrazione della terra, quell’aria che diventava tesa, densa, satura di attesa. Forse erano troppo occupati a parlare tra loro per sentire qualcosa, forse non sapevano stare soli e lui sapeva quanto è importante la solitudine per imparare a conoscere se stessi e il mondo. Aveva seguito il cucciolo d’uomo da lontano, per settimane, anche quando i suoi genitori lo avevano affidato a un anziano, probabilmente per educarlo, aveva vegliato su di lui. Non voleva spaventarlo, solo avvertirlo quando necessario, fargli sapere che gli stava vicino. I piccoli umani sentivano le cose in modo diverso, più vicino a quello degli animali: l’aveva capito quando si era avvicinato al cucciolo e lui non aveva avuto paura. Era accanto a lui anche quando il ghiaccio aveva cominciato a coprire la terra e l’uomo dall’odore malvagio lo stava mninacciando. Per lui il ghiaccio non era un problema, avrebbe avvistato meglio le prede, corso più veloce, ma sentiva chiaro e forte l’odore della paura negli umani. Aveva capito che li spaventava quello che non potevano controllare, distruggere, rimodellare a loro vantaggio. Così avevano controllato, distrutto e rimodellato il loro ambiente, riempito la terra di rifiuti, avvelenato l’aria e i fiumi, pensando che non ci sarebbero stato un prezzo da pagare. Ma se c’era una cosa che gli era rimasta impressa nella memoria, se c’era una lezione che ogni lupo imparava alla sua nascita, era che c’era sempre un prezzo da pagare per ogni errore. Quando era arrivato il ghiaccio erano impazziti: i lupi non conoscono la violenza non necessaria, gli umani la praticano quando hanno paura e non hanno rispetto di niente e di nessuno. Aveva imparato che gli uomini in nero erano male, potevano fare del male al cucciolo. Non poteva proteggerlo nella grande casa nera dove era entrato in catene. Così aveva deciso di avvertire suo padre. Non sapeva come avrebbe fatto , ma avrebbe seguito il suo odore anche in capo al mondo, se necessario. Aveva attraversato il ghiaccio, lottato con gli orsi, si era nascosto agli occhi di altri umani che avevano un odore ignoto, antico come le montagne. Aveva incontrato altri lupi che gli avevano indicato la strada, senza chiedergli cosa cercasse o chi fosse: era uno di loro, veniva da lontano, aveva oltrepassato l’ultima frontiera, il lungo muro degli umani e tanto bastava per dargli l’aiuto che richiedeva. I lupi non sono come gli umani: la paura li unisce, non li divide.

Adesso era davanti al padre che lo guardava tranquillo, con una tacita domanda nello sguardo. Si inginocchiò, mentre lui si avvicinava e lasciò che lo accarezzasse tra le orecchie. Poi lo fissò e sorrise.

Confessioni di un ipocondriaco

Io sono ipocondriaco, anche se negli ultimi anni lo nascondo bene. Quando fai un lavoro in cui ogni giorno almeno uno o due ragazzini ti arrivano a dieci centimetri di distanza per dirti che la sera prima avevano quaranta di febbre, la diarrea, la tosse e non si sentono tanto bene, o ti suicidi o cerchi di controllarti.

Per altro appartengo a una generazione sfigata: quella che ha visto l’Aids in piena tempesta ormonale, proprio nell’età delle prime conoscenze carnali, immediatamente rimandate a data da destinarsi, quella ecologista, amante del birdwatching, che ha visto venire fuori l’aviaria, quella che manifestava per togliere il debito all’Africa, ed è arrivato Ebola, ecc.ecc.

Il Covid, ovviamente, per noi ipocondriaci è stato una trauma con un solo lato positivo: tutte le nostre manie improvvisamente sono diventate legge. Ma viviamo da mesi nel terrore, ovviamente, per altro sono anche allergico, quest’anno l’allergia è arrivata prima e potete immaginare l’angoscia a ogni starnuto.

Mi piace il trekking, specie quando sono in montagna ma anche nelle alture vicino casa. Mi piace per lo stesso motivo per cui amo la pesca sui fiumi: amo la natura e posso stare da solo per ore, senza incontrare nessun altro se non mia moglie, a volte neanche lei.

Oggi sono uscito a fare trekking ed è stato terribile. Intanto il sindaco ha detto che la mascherina, obbligatoria nei luoghi chiusi e nei parchi, è fortemente raccomandabile all’aperto. Che cazzo vuol dire? O la obblighi o ognuno si sente in dovere di fare quello che vuole. Infatti…

Incontri quelli che la portano al collo, come un foulard, forse cercando di dare il via a una tendenza, poi quegli altri che se la tirano su all’improvviso se ti incrociano, come banditi che stanno per fare una rapina in banca, quelli senza, che, immancabilmente, o urlano o ridono in modo carnascialesco quando ti incrociano, quelli che la portano e se ti vedono passano dall’altro lato della strada rischiando di essere falciati da un’auto in corsa. E poi…

La scena meriterebbe la colonna sonora di Ennio Morricone: tu hai la maschera, lui ha la maschera, tu stai salendo, lui scende: vi guardate negli occhi, a chi tocca spostarsi di lato per mantenere la distanza sociale? L’immagine di Clint Eastwood che sta per sfoderare la Colt si mescola a quella di Frate Cristoforo che sta per infilzare il fellone fino a quando, finalmente, dopo qualche tentennamento, tutti e due proseguite.

Tornato a casa , ho pensato che, a meno che uno non ti sputi addosso, ed essendo un insegnante e sindacalista non è un’ipotesi così remota, la probabilità di infettarsi per strada è remota. Ma ci sono altri pericoli.

Sali su un autobus e incontri, a un metro di distanza, Povia, che ieri sera ha detto in tv che lui pulisce benissimo casa ed è un omosessuale mancato. Riuscirai a trattenerti dal dirgli di non preoccuparsi, perché è un perfetto idiota?

O incontri Ratzinger, un altro omofobo, per cui le coppie gay sono manifestazione dell’Anticristo, la Shoa no, i bambini siriani che cadono sotto le bombe, no, i gay. Puoi trattenerti dall’andargli davanti e salutarlo con un marziale Sieg Heil?

Peggio, puoi incontrare due leghisti che parlano degli immigrati da regolamentare, in toni ovviamente razzisti. Lì ti salva il fatto che, probabilmente, riesci a capirlo solo dopo, dato il linguaggio che usano abitualmente.

E se incontri Salvini, la Meloni, o Salvini e la Meloni? Più che una mascherina servirebbe una vasca di decontaminazione.

Il Covid è una tragedia, grande, che lascerà molte cicatrici quando finirà, ma i mostri veri, i mali veri del nostro paese, non sono mai andati via. Avevano taciuto, per un po’, e adesso eccoli di nuovo fuori dalle loro luride tane, razzisti, omofobi, complottisti, fascisti, neonazisti, una genia di pezzi di merda che imperversa per tutta la penisola.

Contro quelli, purtroppo, non c’è vaccino.

L’America violenta di Joe Lansdale

Joe Lansdale è uno scrittore texano famoso per aver scritto, oltre ad altri libri molto interessanti, la serie Pulp di Hap e Leonard che ha ridato linfa all’hard boiler americano, riprendendo una tradizione che annovera grandi scrittori come Dashiel Hammet e Raymond Chandler.

Hap e Leonard sono due sottoproletari che vivono nel Texas orientale, duri, dalla battuta pronta e sempre pronti a menare le mani o ad imbracciare le armi quando sentono odore di ingiustizia. Hap è bianco, si fa degli scrupoli, non ama uccidere ed è democratico, Leonard è nero, gay, non ha scrupoli di coscienza se si tratta di uccidere una criminale ed è repubblicano. Fanno da contorno altri personaggi che crescono insieme ad Hap e Leonard romanzo dopo romanzo.

Un paragone adeguato per descrivere questa saga è quello con i film di Tarantino: violenza estrema, iperrealista, battute fulminanti, personaggi memorabili a cui si finisce per affezionarsi anche se, nella migliore tradizione noir, sono ricchi di luci e ombre.

Un tema ricorrente dei romanzi è il razzismo rozzo e ottuso contro cui Hap e Leonard si battono senza quartiere. Ma Lansdale, tra una battuta e un colpo di fucile, traccia un quadro desolante degli U.S.A. odierni: un paese diviso, dove la discriminazione razziale è sopra i livelli di guardia e chi detiene il potere economico si ritiene al di sopra della legge, dove la corruzione alligna in ogni classe sociale.

Divertente, esagerata, oltraggiosa, disturbante, la prosa di Lansdale è veloce, avvincente, il suo umorismo coglie quasi sempre il segno e l’autore non disdegna un adeguato approfondimento psicologico, che si coglie soprattutto nel personaggio di Hap.

Questi libri vanno letti allo stesso modo in cui si vede un buon western: la morale texana della legge individuale è sempre presente, cambia solo colore: da reazionaria si fa progressista, e i cattivi indossano quasi sempre completi di sartoria e hanno la pelle bianca.

Negli altri libri che ha scritto, Lansdale si diverte a stravolgere i topoi della lettura stelle striscia aggiornandoli ai nostri tempi e lasciando quasi sempre il segno.

Dalla serie di Hap e Leonard è stata tratta una serie tv, discreta ma lenta, incapace di riprodurre il ritmo frenetico dei libri di Lansdale e il fuoco di fila delle sue fulminanti battute.

Un paese sospeso- appunti di un uomo comune

A volte ti spinge a scrivere un’urgenza che non sai spiegare, un desiderio insopprimibile di comunicare quello che provi, di dare corpo e parola agli astratti furori che si agitano dentro di te.

Questo libro, che potete trovare su Amazon in formato ebook e cartaceo, è nato così.

Alla fine dell’anno appena trascorso, ho sentito la necessità di raccogliere gli articoli pubblicati nel blog, da Gennaio a Dicembre 2018, consapevole che si è trattato di un anno importante, seminale, che si è consumata nel suo corso una frattura, lasciando il paese in sospeso, come i due monconi del ponte Morandi, terribile metafora della nostra realtà quotidiana, una divisione del paese inedita, una mutazione antropologica degli italiani non del tutto imprevedibile, per chi ha saputo leggerne i segnali.

Ne è venuta fuori una fotografia, certo parziale e di parte ma non credo distorta, di un’Italia diversa, che si sta muovendo lentamente verso un obiettivo che appare ancora nebuloso, distante, confuso. Un Italia meschina e razzista contrapposta a un’Italia smarrita, priva di punti di riferimento, stordita dalla rapidità del cambiamento

Il futuro sarà il populismo, la xenofobia, un muro dietro cui trincerarsi dimentichi e indifferenti al mondo o la manifestazione di sabato a Genova (ancora Genova che torna nei momenti cruciali della storia del paese) è l’inizio di un reazione da parte di chi non crede che quella sia una strada percorribile? Perché il futuro si gioca anche sui diritti civili, sulla capacità di uscire dalla dinamica polverosa fascismo/antifascismo e cercare di comprendere lo spirito del tempo per elaborare nuove strategie di umanità.

L’Europa resisterà agli attacchi delle forze post fasciste o cadrà, come l’Inghilterra, diventando terra di conquista per le super potenze vecchie e nuove? L’Europa saprà finalmente diventare quella terra dei diritti e degli esseri umani liberi e uguali sognata a Ventotene?

Domande pesanti, inquietanti, angosciose, a cui credo nessuno possa oggi dare risposta. Ma la domanda che più mi sta a cuore è: che fine farà l’Italia? Riuscirà a uscire da questa specie di incubo a metà tra il grottesco e lo spaventoso in cui è caduta o tornerà ad evocare fantasmi di un tempo che credevamo tutti di esserci lasciati alle spalle? Siamo circondati da mostri o è la paura a crearli?

Il libro non offre risposte ma punti di vista, idee, pagine rabbiose ed altre più pacate, spunti di discussione e di confronto. Qualcuna delle cose che ho scritto, purtroppo, si è avverata, e non è una buona notizia. Se qualcuno avrà la pazienza di leggerlo, sarebbe interessante discutere, confrontarsi, parlarne insieme, giusto per sentirsi meno soli in mezzo alla confusione di questi giorni.

un passato lontano, un presente vicino

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Anche se non ero ancora nato, questa foto la conosco. Anzi, conosco l’altra, quella in cui i Marshalls scortano la piccola Ruby Bridges a scuola, il 14 Novembre 1960, per proteggerla dagli inferociti genitori bianchi che protestavano contro la legge sull’integrazione.

Basterebbe questa foto per rispondere alle polemiche di questi giorni a Genova suscitate dalla mozione che ribadisce che la scuola si  schiera contro  ogni razzismo e discriminazione, approvata da due Istituti Comprensivi e  appoggiata con coraggio pubblicamente da Iris Alemano, dirigente dell’I.C. Pegli.

Spiace, ma non stupisce,  che  un prudentissimo provveditore agli studi abbia   preferito glissare su una domanda fatta al riguardo, domanda certamente tendenziosa  ma legittima, da un giornalista.

Non voglio entrare nella polemica con un gruppo di abitanti di Multedo, strenui difensori di un asilo privato, e del giornalista loro portavoce, che ha accusato i colleghi di Pegli di non saper scrivere ma che dimostra capacità argomentative davvero povere, per uno che fa il suo mestiere, dal momento che si potrebbero confutare le sue affermazioni offensive in trenta secondi.

Voglio invece riflettere sul ruolo della scuola al tempo della 107.

L’eccesso di burocrazia seguito alla riforma, la marea di acronimi con cui siamo costretti a combattere ogni giorno, l’apparente ampliamento di poteri dei Dirigenti (inesistente) e il reale ampliamento delle loro responsabilità, la riduzione della rappresentanza sindacale a mero organo consultivo per la divisione di risorse sempre più esigue, la competitività tra docenti, favorita e incoraggiata anche pubblicamente da esponenti del ministero, l’ossessione per le nuove tecnologie come panacea di tutti i mali e il pensiero perverso e aberrante che compito della scuola sia esclusivamente quello di formare manodopera a richiesta delle aziende,  l’incapacità congenita dello Stato di comprendere che la scuola è un investimento necessario per il futuro del paese e non si può continuare a tagliare risorse e , quando ci sono, a spenderle male, ci stanno allontanando sempre di più dalla scuola disegnata dalla Costituzione.

Il dettato costituzionale, in contrasto con la scuola fascista di Giovanni Gentile, che somiglia molto all’idea di scuola renziana, prevedeva una scuola delle pari opportunità, una scuola che fosse portavoce di valori civili e sociali fondamentali, una scuola in cui la libertà d’insegnamento fosse una garanzia contro le ideologie  totalitarie, una scuola che funzionasse come ascensore sociale, che è ben diverso dal renderla subalterna alle logiche economiche e alle imprese.

La scuola italiana non è, prima di tutto, egualitaria: c’è un divario di risorse e dotazioni di base tra scuole del nord e scuole del sud, tra scuole di diverse regioni  e scuole all’interno della stessa città. I miei colleghi di sindacato sanno da quanto tempo, ossessivamente, insista su questo tema: diamo a tutte le scuole d’Italia gli gli stessi strumenti, poi parliamo di riforme. Invece la 107 ha ignorato questo divario e, di fatto, lo ha aumentato. Il problema non è da poco perché mette in discussione il diritto all’istruzione. E’ doveroso ricordare, che in certe scuole, in certi quartieri, la scuola rappresenta l’unica presenza dello Stato, l’unico punto di riferimento per le famiglie e i ragazzi.  Il lavoro degli insegnanti, certamente più gravoso che in altre scuole, se non altro per le difficoltà ambientali, penso allo Zen, a Scampia, ecc. , non è in alcun modo riconosciuto e l’inserimento del merito, con le modalità cervellotiche che l’hanno caratterizzato,  suona più come una beffa che come un modo per valorizzare questi colleghi.

La scuola italiana è sede di sperimentazioni didattiche straordinarie, svolte per necessità: se hai poco o nulla, ti inventi qualcosa. Sperimentazioni svolte nonostante e non, come dovrebbe essere, grazie al Ministero, alle direzioni didattiche regionali, spesso anche nonostante i dirigenti.  La scuola la fa andare avanti chi ci mette la faccia ogni giorno e chi ci mette la faccia andrebbe tutelato dalla dirigenza, cosa che si verifica sempre più di rado.

I docenti italiani discutono, litigano, propongono e deliberano, in perfetto italiano, non me ne voglia il giornalista di Multedo, evidente avvezzo a privilegiare la forma alla sostanza, perché la scuola italiana è ancora, nonostante tutto, democratica, collegiale, cooperativa.

La scuola italiana è, è sempre stata e sempre sarà, includente. L’inclusione dei disabili è stata presa a modello in tutta Europa, anche nelle tanto lodate scuole del nord, il lavoro che quotidianamente viene svolto con gli alunni stranieri credo sia di gran lunga superiore ad altre esperienze. In certi quartieri si può parlare di condivisione pacifica degli spazi comuni ( io non parlo di integrazione, che trovo un termine fascista) come di una realtà, grazie al lavoro svolto dalle scuole in quei quartieri.

Il problema è che dopo anni in cui entrando a scuola ci si sentiva liberi di sperimentare, di esprimere le proprie opinioni, anche di litigare, da quando la riforma è stata approvata ci si sente un po’ meno liberi, un po’ meno collegiali, un po’ più prudenti.  La reticenza del direttore didattico regionale e dei colleghi della dott.ssa Alemano è frutto di questo eccesso di prudenza. Cosa significa non prendere posizione e restare equidistanti sull’affermazione che la scuola deve rigettare qualunque posizione razzista e discriminatoria?  Equidistanti da chi?  Parlando di equidistanza si ammette che esista un contrasto e se il contrasto è sulle affermazioni che stigmatizzano comportamenti razzisti e discriminatori logica vuole che sia con chi quei comportamenti li approva. E’ tra queste due posizioni che il responsabile delle scuole della città ritiene di dover mantenere la propria equidistanza?

La scuola non può permettersi timidezze di sorta sui principi perché è un presidio di democrazia, perché ogni giorno applica la Costituzione, perché è stata e deve tornare ad essere promotrice di valori e la condivisone di percorsi comuni con chi viene da lontano, la condanna di ogni discriminazione, sono valori irrinunciabili per tutte le scuole, di ogni ordine e grado, valori che andrebbero ribaditi ad alta voce in prima battuta da chi delle scuole è il portavoce.

Altrimenti il futuro sarà un ritorno al passato, a quella foto che ho inserito all’inizio dell’articolo. Sessant’anni sono meno di un battito di ciglia, storicamente parlando, e di strada da fare, purtroppo quella bambina ne ha ancora tanta.