Un libro prezioso e spaventoso

Ci sono libri che inquietano, sia per quello che dicono, sia, soprattuto, per quello che sottintendono. L’Infinito errore di Fabrizio Gatti, uno degli ultimi, autentici reporter italiani, è uno di questi libri.

Documentatissimo, racconta la storia del Covid, di come la pandemia avrebbe potuto essere contenuta, se non evitata e di come ci siano dei colpevoli, con nomi e cognomi, per il tragico bilancio di perdite di vite umane.

Gatti analizza anche i rapporti economici tra U.S.A., Cina ed Europa, gli errori madornali, come quello commesso dalla Francia di regalare un laboratorio di ricerche batteriologiche al livello massimo di sicurezza alla Cina, un paese totalitario che aveva già mostrato di non saper rispettare i necessari parametri di sicurezza nei propri laboratori. Regalo fatto in cambio di concesisoni economiche importanti.

Ma la catena di errori di tutti gli attori coinvolti in questa vicenda, appare incredibile, a leggerli a posteriori.

Naturalmente molte pagine sono dedicate all’Italia, all’approssimazione e alle scelte incomprensibili con cui si è affrontata l’emergenza al suo inizio, agli intrecci economici con la Cina, agli errori nella seconda fase della pandemia.

E’ un libro che provoca un crescente malessere, man mano che si procede nella lettura, ma necessario, coraggioso e importante, soprattutto adesso che il virus sembra concedere una tregua, una pericolosa euforia del tutto ingiustificata traspare dagli articoli sui giornali e passano in secondo piano notizie come la concessione delle trivellazioni nell’Adriatico e la deregulation sugli appalti, che dovrebbero invece far drizzare le antenne a chi ha a cuore la tenuta della democrazia nel nostro paese, le politiche ambientali e la lotta alle mafie.

La mole di documenti analizzata da Gatti è impressionante e alcune notizie sono davvero sconvolgenti: per esemepio, il fatto che già nel 2013 i cinesi sapessero che i pipistrelli potevano infettare gli umani con un coronavirus simil sars e abbiano utilizzato questa informazione per costruire in laboratorio, a partire da quei virus, super virus resistenti alle cure e ai vaccini, con la scusa di creare farmaci per bloccare eventuali pandemie; tecnica usata anche negli U.S.A., bloccata da Obama e, c’è da dubitarne?, auotrizzata da Trump. O ancora la grande simulaizone di pandemia globale da coronavirus respiratorio tenuta a New York nel 2019 che diede risultati sinistramente simili a quello che sarebbe accaduto un anno dopo.

Giornalismo d’inchiesta autentico, come enll’Italia asservita al potere e ai potenti di oggi nessuno sa più fare.

Lettura disturbante, quindi, ma necessaria: per capire che non andava per niente bene neanche prima.

Recensione di Flora, di Alessandro Robecchi

C’è parecchia carne al fuoco in questo nuovo, bel libro di Alessandro Robecchi.

Torna Carlo Monterossi, anti eroe per eccellenza, con la bella Bianca Ballesi, e la coppia di investigatori costituita dal fedele amico Oscar e dalla Cirielli, ex poliziotta tosta e mascolina.

La protagonista assoluta è però Flora De Pisis, regina della tv del dolore e dei buoni sentimenti, personificazione del trash televisivo.

Flora è stata rapita e la richiesta di riscatto, oltre a una enorme quantità di denaro che non è un problema per il network televisivo, grazie ai fondi neri tenuti da parte per le emergenze, comporta un’ora di diretta televisiva senza filtri e censure. Monterossi e i suioi amici sono incaricati, dal Grande capo in persona, il magnate del network televisivo, di condurre le indagini, insieme al capo della sicurezza del network, una di quelle figure ambigue e pericolose, così comuni nella storia del nostro paese.

Da questo spunto originale e costruito ad arte, Robecchi parte, come di consueto, per un indagine della nostra società, puntando una impietosa lente d’ingrandimento sui meccanismi che muovono il mondo dello spettacolo, sul grottesco mondo dell’informazione, sulla pochezza della politica nazionale.

Come sempre c’è molta ironia ma l’impressione è che, questa volta, il sottofondo malinconico che pervade tutti libri dello scrittore, sia più marcato, quasi che il disgusto per il tempo presente abbia provocato una nostalgia insostenibile per un passato in cui all’arte e agli ideali si poteva sacrificare anche la vita.

Le pagine sulla trattativa e il dibattito su tv e giornali che seguono il rapimento, sono impeitose al limite della crudetà e fotografano con profonda amarezza la realtà di un paese che non è mai riuscito a crescere, che è rimasto fermo a categorie e schermi che si ripetono stancamente da decenni.

Il grottesco, in Robecchi, nasconde sempre una profonda passione civile e lo sdegno per quanto ci tocca vivere, leggere e sopportare ogni giorno. Come in ogni noir che si rispetti, nessuno è esente da colpe: Monterossi e Bianca Ballesi conducono esistenze agiate proprio grazie a quella tv spazzatura da cui sono nauseati ma che gli ha permesso di diventare ricchi, Oscar la Cirielli vivono borderline, sempre indecisi su ciò che sarebbe giusto fare e ciò che sarebbe conveniente fare, per non parlare di mostri come il tycoon che preme pulsanti e decide delle vite degli altri.

Come spesso accade nei suoi libri, gli unici innocenti sono i colpevoli, in un gioco di specchi, di flasback e suggestioni letterarie che incatena il lettore fino al crescendo delle ultime pagine. Ce li fa amare, Robecchi questi colpevoli, dopo averceli fatti conoscere intimamente, ci fa desiderare un epilogo diverso da quello che sembra già scritto.

L’assenza della bellezza è uno dei temi principali del libro, la bellezza che nasce dall’arte, dal talento e dal coraggio, la bellezza che porta ad osare e ad amare senza limiti.

Da questo punto di vista, le pagine che riguardano Flora, che appare solo sullo sfondo nei libri precedenti, sono straordinarie, sia per l’approfondimento psicologico del personaggio che, per un momento, lascia al lettore una speranza inespressa, sia per l’impietoso epilogo della vicenda.

Mai come in questo libro, Robecchi diverte, commuove, sorprende, fa riflettere, con un salto di qualità che alza livello di una serie che, fino ad oggi, non mostra, per fortuna dei lettori, alcun cenno di stanchezza.

Il Silenzio, di Don de Lillo

E’ straordinario come uno scrittore immenso riesca a concentrare in un numero relativamente esiguo di pagine tutta la sua poetica, a fotografare il momento in cui stiamo vivendo in modo impudico, spietato e fedele.

Il Silenzio è un libro angosciante, claustrofobico, sin dalle prime righe e, come in tutti i libri di De Lillo, il suo senso profondo brilla all’improvviso tra una moltitudine di dati, frasi, citazioni, gesti che possono apaprire incongrui e slegati, a prima vista, ma che finiscono per completare una visione allucinata e crudamente realistica della nostra realtà.

Non è una lettura semplice, la letteratura vera non è mai semplice, ma la fatica è ampiamente ripagata alla fine.

L’assunto è lievemente distopico: in una casa di New York si ritrovano una coppia di coniugi, un ex studente della moglie, professoressa di Fisica in pensione, diventato a sua volta docente di Fisica e ossessionato da un manoscritto di Einstein, due amici scampati a un incidente aereo, lei poetessa, lui un ispettore delle assicurazioni.

Sono lì riuniti per vedere la finale del Superbowl 2022 ma, all’improvviso, tutto si spegne. Televisione, elettrodomestici, cellulari, il mondo piomba in un silenzio angosciante, ogni comunicazione è interrotta

Da quel momento, assistiamo a un ininterrotto e straordianrio flusso di coscienza di ognuno dei personaggi, che sembrano dialogare tra loro ma, in realtà, parlano a sè stessi cercando di allontanare la paura che li attanaglia.

Riflettono sulla dipendenza dalla tecnologia, sulle alterazioni climatiche e i disastri ambientali, su come ormai nessuno dialoghi più senza un supporto informatico, sulla possibilità che, di lì a poco, l’unica risposta possibile a quello che sta succedendo possa essere un’esplosione di violenza per le strade.

Soprattutto, riflettono su come, dopo l’emergenza Covid, non esista più nulla di impossibile, come quanto, fino a ieri, poteva sembrare il parto di una mente malata, sia già accaduto.

Ovviamente, uno dei leti motiv dello scrittore americano, c’è in sottofondo l’idea della congiura, del complotto architettato non si sa da chi e perché, evocata e accantonata da uno dei protagonisti.

Ogni comunicazione reale è impossibile, in qule momento, in quel luogo, perfino quella elementare che si stabilisce con l’interazione sessuale.

In un centinaio di pagine De Lillo scrive parole che restano dentro: definitive, spaventose, forse, ma necessarie.

Già in Rumore bianco aveva affrontato il tema dello smarrimento dell’uomo di fronte all’interruzione improvvisa e forzata della normalità, al crollo delle piccole sicurezze che ci ancorano al presente e ci definiscono in quanto esseri umani di questo tempo, ma ne Il silenzio c’è una profondità diversa, uno sguardo più desolato e angosciante verso una realtà diventata ormai inafferrabile e sempre più minacciosa.

Questo libro è il capolavoro del più importante scrittore americano vivente. Più che consigliarlo lo definirei un libro necessario.

Il sorriso del lupo: leggendo il presente, guardando al futuro.

E’ in vendita da ieri il mio nuovo libro, anche questo pubblicato con Amazon perché, come il precedente, nasce dalla necessità di raccogliere le idee su quanto sta accadendo attorno a noi da un anno a questa parte e ipotizzare i possibili sviluppi futuri usando lo strumento della distopia.

Ho molto riflettuto, negli ultimi tempi, sugli scritti di Giorgio Agamben, Gunther Anders e altri, sul rapporto tra Scienza e potere, legge e libertà. Queste riflessioni compaiono, a tratti, nel libro che, per certi versi, continua la storia del Granello di sabbia, anche se i protagonisti del libro precedente appaiono giusto per un paio di capitoli.

Il Granello raccontava la riconquista della memoria e della coscienza di un uomo diventato involontario artefice e vittima di un regime totalitario, Il sorriso del lupo è (anche) un romanzo di formazione che ha come protagonista il figlio di quell’uomo, una bambino e poi un ragazzo, educato da due uomini profondamente diversi che gli propongono visioni della vita radicamente opposte.

Il mondo in cui vive non è esattamente quello per cui i suoi genitori avevano lottato e vinto e la sua resilienza, l’apparente passività con cui accetta quello che la vita gli offre, nasce dall’incapacità di afferrare completamente una realtà che, nel corso della narrazione, cambia drammaticamente.

Ismaele, questo è il nome assolutamente non casuale del ragazzo, rappresenta il nostro smarrimento di fronte a una realtà liquida, a un senso comune ormai affidato ai social che non esita a far cadere nella polvere chi ieri era sugli altari, mentre il potere, che non ha un nome, forse per questo appare ancora più pericoloso, continua a esercitare un controllo ferreo sulle libertà personali quale non si vedeva dai tempi del fascismo, spalleggiato da media sempre più orwelliani.

La domanda che dobbiamo porci e che si pone anche Ismaele, un pò Jim Hawkins e un po’ Holden Caulfield, si parva licet, è: è giusto limitare le libertà individuali per la tutela della salute pubblica? Non si corre il rischio che, in seguito, qualcuno possa usare una paura meno giustificata dalle circostanze per continuare su questa strada?

Il libro è ancorato al presente ma guarda al futuro con preoccupazione, senza dimenticare che ci sono altri problemi drammatici, come l’emergenza climatica e ambientale, che sono stati momentaneamente accantonati e non compaiono nelle agende politiche.

Mi piacerebbe che il prossimo articolo riportasse le recensioni dei lettori, che chi ritenga opportuno spendere una parte del proprio tempo a leggere quello che ho scritto, mi dica cosa ne pensa nel bene e nel male, e, se ha gradito la lettura, attivi quel passaparola che è linfa vitale per gli autori indipendenti come il sottoscritto.

Ho scritto il libro sperando venga letto anche dai più giovani, il nostro futuro, nella speranza di riuscire ad essere un piccolo, buon maestro.

P.s. Il titolo non è solo una metafora: il lupo c’è davvero.

Cecità, di Josè Saramago: una lezione sul tempo della peste

Foto di freakwave da Pixabay

Volevo recensire un titolo che avesse qualche attinenza con il momento che stiamo vivendo, con l’assoluto sonno della regione che sembra aver colto molti cittadini italiani alla notizia che il Corona virus è arrivato anche da noi. Un libro che ci parli del momento che stiamo vivendo e inviti a non dimenticare mai la nostra umanità.

In Cecità di Saramago, uno dei capolavori dello scrittore portoghese, l’epidemia si manifesta come un improvvisa cecità che invece di gettare chi ne è colpito nell’oscurità, gli fa percepire solo il colore bianco.

Dapprima i malati vengono segregati dal governo in un ex manicomio, dove si organizzano secondo nuove norme sociali improntate all’equità e alla giustizia ma presto, queste regole vengono stravolte e si creano due gruppi distinti secondo una logica hobbesiana: un gruppo di malvagi che stupra le donne e priva del cibo il gruppo sottomesso e un gruppo, appunto, di sottomessi che, grazie all’unica donna vedente che organizza le altre donne, riuscirà a liberarsi dei soverchiatori e riacquistare la libertà.

Nel frattempo, anche i governanti sono stati colpiti dalla cecità e le città sono piene di gente che vaga, lotta senza motivo, fugge, mentre il piccolo gruppo di superstiti fuggito dall’ex manicomio si organizza secondo regole solidali e cooperative, in una microsocietà armonica e pacifica. Un sorprendente finale chiude il romanzo che avrà un suo seguito, Saggio sulla lucidità.

Molti sono i temi che l’autore affronta in questo libro: gli effetti della paura sulla massa, la prevaricazione del più forte sul più debole, la diseguaglianza sociale come strumento di potere, la cecità che permette di vedere per la prima volta l’altro e di stabilire un rapporto con lui.

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono. Dice l’unica vedente del gruppo, parole che dovremmo stamparci tutti nella memoria.

Credo sia una lettura che possa dirci molto su questi giorni, dove anche una tragedia sta diventando oggetto di speculazione, dove ignoranza, arroganza e approssimazione dilagano e ci si dimentica di chi, col proprio lavoro quotidiano, presta soccorso ai malati e difende tutti noi dall’epidemia. MI riferisco, ovviamente, a medici e infermieri impegnati in queste ore contro il Coronavirus, a cui va tutto il mio rispetto, alle autorità competenti e a tutti quelli che, come la protagonista di Saramago, non abiurano per paura alla propria umanità.

Il viaggio dell’eroe: la scrittura come scoperta

Questo è il miglior manuale di scrittura creativa sul mercato: semplice, completo, schematico il giusto, è il testo guida utilizzato dagli sceneggiatori americani ma, pur essendo orientato alla scrittura per il cinema, può essere tranquillamente adattato anche per la scrittura tout court.

Cristopher Vogler, l’autore, ha sostanzialmente semplificato e reso accessibile a tutti L’eroe dai mille volti, di Joseph Campbell, un classico dell’antropologia diventato la Bibbia degli scrittori americani e utilizzato in tutte le scuole di scrittura creativa che, da quelle parti, sfornano fior di scrittori e sono gestite dalle università, mentre troppe volte da noi sono solo macchine mangia soldi. Quanto alla scuoila, la scrittura sembra essere la cenerontola delle materie, una faccenda noiosa da ottemeperare rapidamente svilendola in temi, relazioni, pensierini, ecc. e sporecando il potenziale creativo dei ragazzi.

Mi occupo, praticamente da quando ho cominciato ad insegnare, di scrittura creativa e sono arrivato alla conclusione, dopo aver tenuto numertosi corsi per i ragazzi, che a difettare nel loro approccio alla materia, non sia nè la fantasia, nè le buone idee, anche se spesso queste ultime sono mutuate dfalla televisione dal cinema o dai videogiochi, ma l’abilità di creare una concatenazione tra gli eventi e di rendere vivo quello che scrivono.

Questo libro fornisce le linee guida per arrivare a costruire una storia logica, avvincente e ben strutturata, usando tutti i trucchi del mestiere: flasback, flashforward, digressioni, ecc., senza scendere in particolari pedanti o fare esempi troppo alti.

Di solito, fornisco delle mappe tratte dal libro o adattate in prima persona e lascio che i ragazzi lavorino in libertà, seguendo poche indicazioni e rispettando quelli che sono i nodi principali della struttura del racconto: situazione di equilibrio_ rottura dell’equilibrio_ dubbi e passi indietro del protagonista_ accettazione della sfida_ ricerca_ conquista del risultato_ ritorno ad una nuova situazione di equilibrio in cui i protagonisti della storia sono cresciuti.

Ovviamente, la ricerca può essere quella dell’anello del potere, della dimora del vampiro, dell’amore di una ragazza, della libertà per un popolo oppresso, ecc.ecc. Lo schema è multitasking, per usare una parola orribile.

Se ci fate caso, il 90% delle produzioni cinematografiche hollywodiane, più o meno efficacemente, segue questo modello che, permette infinite variazioni sul tema e vale per ogni genere letterario o cinematografico. Non va quindi inteso come una serie rigidadi regole, piuttosto come una mappa per orientarsi e non perdere il filo di quanto si sta scrivendo.

Io stesso mi sono accorto di aver seguito in modo personale queste regole nella stesura del mio Il granello di sabbia, a riprova che dopo anni di pratica si maturano automatismi inconsci, il risultato che auspico di ottenere con i ragazzi e le ragazze con cui lavoro.

Contrariamente a quel che si crede, ai ragazzi scrivere piace, specialmente quando possono scrivere di sé. Detestano invece le prove strutturate, l’angusto spazio espressivo del tema o della relazione, la scrittura scolastica per eccellenza. Se lasciati liberi di esprimersi e di usare la fantasia, seguendo uno schema molto aperto come quello sopra indicato, magari non elaborano capolavori ma le loro capacità di scrittura migliorano rapidamente e il miglioramento si riverbera anche sulle prove strutturate.

Senza contare il fatto che la scrittura è un continuo dialogo con sé stessi, i propri fantasmi e i propri sogni, quindi la creazione letteraria è fondamentale per aumentare l’autostima e, se il lavoro è di gruppo, io di solito strutturo i corsi così, (con buona pace dei fanatici della meritocrazia credo che la cooperazione valga molto più della reiterazione dell’ovvio, se uno sa scrivere sa scrivere), per migliore le capacità di socializzazione e di cooperazione.

La maggior parte dei manuali di scrittura creativa sono verbosi, redatti secondo una logica “scolastica”, pedanti e, purtroppo, la scuola di oggi non è la palestra migliore per affinare il pensiero laterale e le proprie capacità creative. Sempre più nozionistica e competitiva, lascia pochissimo spazio all’espressione di sè, spazio che viene occupato, con risultati devastanti , dai social.

Il viaggio dell’Eroe è una felice eccezione e lo consiglio a chiunque si occupi di scrittura creativa, in prima persona o per lavoro.

Allego di seguito un estratto da Il granello di sabbia, scaricabile una volta aperto, ricordando a chi fosse interessato che può acquistarlo su Amazon.it in formaebook o cartaceo.