Recensione di Yoga, di Emmanuel Carrère

Questo è un libro di fantasmi: il fantasma dell’equilibrio nella vita, quello della malattia mentale, quello dell’illusione di un nuovo equilibrio, di un nuovo inizio che non si trasformi in un eterno ritorno al passato. Carrère voleva scrivere un arguto libretto sullo Yoga che pratica, insieme alla meditazione e al Tai chi, da trent’anni, ha scritto invece una lunga e, a tratti straziante, confessione, un diario pubblico in cui mette a nudo se stesso, i suoi sentimenti, i suoi disturbi psichici, senza pudori o reticenze, offrendoci uno scorcio della sua anima tormentata.

L’inizio scanzonato e, tutto sommato, leggero non tragga in inganno: la parte centrale del libro, quella che riguarda il periodo trascorso in un centro di igiene mentale dove a causa del suo disturbo bipolare viene sottoposto a quattordici sedute di elettroshock (sì, lo si usa ancora, con un altro nome) è terribile, sia per i fatti raccontati sia perché “sentiamo” la sua angoscia, il suo terrore e il bisogno di esorcizzarlo mettendolo per iscritto, sia perchè addormenta l’ombra che si porta dentro ma non la cancella.

La possibilità di un nuovo inzio arriva quando, su un’isola greca, diventata un centro di accoglienza per rifugiati, l’autore si confronta con le storie atroci di tre ragazzi e capisce che la condivisione del dolore è già un modo per cominciare a superarlo. Si tratta della parte del libro meno convincente, anche se scritta splendidamente, perché qui, come confessa qualche pagina dopo,la finzione letteraria è più evidente, per motivi di opportunità e tutela della privacy.

In mezzo, considerazioni sull’amore, sullo Yoga, sulla meditazione, sul sesso, sulla vita, sulla letteratura, mai banali, mai superficiali, sempre capaci di suscitare riflessioni e di spingerci a guardarci dentro.

Carrère ha la capacità, che è solo dei grandi scrittori, di universalizzare il proprio dolore, di diventare uno specchio delle nostre angosce, un riflesso dei nostri fantasmi e di portarci per mano verso un sorriso di speranza.

Un libro straordinario di uno scrittore straordinario.

Recensione de Il complotto contro l’America di P. Roth

Si può leggere questo libro come una geniale parodia del complottismo, una affettuosa e amara autobiografia in parte immaginaria, un divertissement ucronico, ecc., ma, alla luce di quello che è accaduto con Trump, dell’ubriacatura nazionalista e populista del popolo americano e di Capitol Hill, appare soprattutto come un libro profetico.

Roth ipotizza che C. Lindbergh, eroe americano la cui ammirazione per il nazismo e l’antisemitismo non sono un mistero per gli storici, arrivi alla presidenza degli Stati Uniti con lo scopo di tenere fuori la nazione dal conflitto e di nazificarla a partire dalla cancellazione degli ebrei.

La vicenda viene narrata dal punto di vista della famiglia Roth e tali e tanti sono gli spunti di riflessione, da cosa significa essere ebrei, a come sia facile, da parte del potere, fomentare l’odio razziale e spingere un popolo a tradire i propri ideali, alle teorie del complotto, che sarebbe necessario un saggio per descrivere la maestria di uno dei più grandi autori americani di ogni tempo nel prenderci per mano e raccontarci questa storia.

Da leggere, perché Roth aveva visto lontano e non solo per quanto riguarda gli Stati Uniti.

Libertà di Jonathan Franzen

Sono pochi gli scrittori che possiedono l’amara ironia di Franzen e una visione della realtà così spietata, al limite dell’impudicizia.

Nel mettere a nudo le omissioni, le ipocrisie e le ambivalenze di una coppia apparentemente perfetta come quella dei due protagonisti, Franzen mette a nudo l’anima malata di un’America che ha perso i suoi valori fondanti e si sta richiudendo in se stessa, questo anni prima dell’avvento di Trump.

Con un capovlgimento geniale, il seme del male non si trova nella cittadina di provincia americana, dove i due vivono con i loro figli, sentendosi distanti e superiori a quella realtà chiusa e bigotta, ma nella coppia stessa, nell’incapacità di trovare la propria strada verso la libertà, di coltivare un terreno comune dove crescere senza rimpianti e compromessi, di guardarsi neglie occhi e parlarsi sinceramente, di accettare e rispettare le scelte dell’altro.

La scelta del figlio maggiore, di andare a vivere con la sua ragazza presso una famiglia conservatrice, getta nello sconforto la madre, che va in analisi. Spinta dall’analista, scrive le proprie memorie in particolare le ragioni, sbagliate, che l’hanno condotta al matrimonio. Cercherà, in un patetico tentativo di annullare il tempo, di cambiare la situazione ma, anche in questo caso, lo farà nel modo più sbagliato possibile. Così come il marito accetterà un compromesso col diavolo, una grande multinazionale chimica, per salvare i suoi uccellini, lo scopo e l’ossessione della sua vita. Qui la satira di Franzen, fervente ambientalista, si fa particolarmente sarcastica e pungente.

Tra abbandoni, tradimenti e ritorni, questa storia borghese è la nostra storia , della nostra incapacità di essere liberi interiormente, di guardare oltre le apparenze, della incomunicabilità che è il vero male del nostro tempo, di quella letargia dell’empatia e dei sentimenti che ci fa essere sempre più soli. Non è bello sentirsi speciali e superiori in un mondo in cui tutti si sentono così.

In un tempo in cui si parla, quasi sempre a sproposito, di libertà perdute, comprendere che perdiamo la libertà quando cominciamo a tradire noi stessi per seguire il senso comune o il guru di turno, perché delegare le resposnabilità ad altri è molto comodo, può essere salutare. Consigliatissimo.

L’eterna rimembranza di Proust

Proust viveva in una stanza coperta di sughero per isolarsi dal mondo e forse, proprio per questo, nessuno come lui è riuscito a cogliere l’essenza del tempo in cui viveva e i segni della decadenza. La Recherche è un viaggio nel suo tempo e nella sua anima e, di riflesso, nell’anima di ognuno di noi. Il folle tentativo di descrivere una vita con il suo bagaglio di incontri, sogni, delusioni, sconfitte, vittorie, rese. Libro da leggere la sera, ascoltando i notturni di Chopin suonati da Pollini, per meglio immergersi nell’atmosfera onirica e, a tratti, allucinata dell’opera di uno scrittore sommo. Il messaggio che resta dentro è che nulla è in utile o superfluo in una vita, nemmeno una madeleine immersa nel te della sera.

L’ho letto tutto nel giro di un’estate e talvolta vi ritorno, come per incontrare un vecchio amico che ha sempre molto da dire e dare.

Recensione di Io sono vivo, voi siete morti

La vita di Philip K. Dick ha ossessionato per anni Carrère. Che si tratti un pazzo omicida ( Il protagonista de L’avversario), di un anarcoide fascista e megalomane ( Limonov), di uno scrittore geniale, drogato e alcolizzato, come Dick, appunto, lo scrittore francese riesce a renderlo vivo nelle sue pagine, a farci entrare nel lato oscuro dei suoi personaggi, fino a farci trovare in loro qualcosa di noi stessi, fino a non permetterci di staccarci dai suoi libri non solo dopo l’ultima pagina ma per molto tempo.

Dick era un genio folle e disadattato, ha scritto libri fondamentali come Gli androidi sognano pecore elettriche?, La svastica sul sole, Ubik, e libri minori e profetici come I simulacri, ma potrei citare decine di altri titoli. Carrère, scrittore geniale a sua volta, ce lo racconta facendo in modo che Dick si racconti da solo, provando a indovinare i suoi incubi e le sue fantasie, inventando coerentemente e creando una di quelle verità alternative che tanto piacevano allo scrittore americano.

Autore di libri di fantascienza, distopie, incubi, Dick ha anticipato molto del nostro presente parlando con il linguaggio oscuro della profezia e nessuno, neanche Blade runner, tra i numerosi film e telefim tratti dalle sue opere è riuscito a cogliere la poesia e lo strazio interiore di questo grande autore. Carrère sì.

Libro splendido, da leggere prima di riprendere in mano ( o prendere per la prima volta in mano) i libri di Dick per leggerli sotto un’altra luce.