All’inizio era solo rabbia. Il granello di sabbia è nato così, un grido di rabbia mentre il paese sembrava impazzire. C’era il razzismo dilagante, una neolingua che ottundeva le menti, odio profuso a piene mani, disgraziati sequestrati sulle navi. Allora ho scritto quello che pensavo, di pancia, istintivamente, consapevole che non ci sarebbe stata una casa editrice disposta a pubblicare un libro che era un’invettiva contro il Sistema. Ma si poteva ovviare al problema.

I miei modelli erano Orwell e Philip K.Dick, quasi scontati se vuoi scrivere un libro distopico. L’idea era di fermarsi lì, non continuare su quella strada. Il libro aveva venduto un po’ su Amazon e il commento più ricorrente dei lettori era che fosse un testo inquietante, perturbante: un gran complimento per me.

Poi è arrivata la pandemia e la voglia di tornare in quel mondo che avevo creato. Mi ero incosciamente lasciato una strada aperta con il finale del Granello. Non mi piaceva tanto l’idea di fare un sequel quanto quella di esplorare ancora più a fondo quel mondo narrativo che, mio malgrado, avevo creato, magari inserendo un elemento che lo rendesse più fruibile anche ai giovani.

Agamben ha scritto cose controcorrente durante la pandemia, lui ed altri pensatori. Non mi trovava sempre d’accordo ma spesso sì. Poi, in estate, un incontro ravvicinato con una volpe su un sentiero di montagna ha fatto scoccare la scintilla, l’idea ha preso forma ed è nato Il sorriso del lupo.

E’ un libro diverso dal precedente, più fruibile e più stratificato a un tempo, volutamente più breve ma denso di riflessioni sulla società e il potere di quel mondo, su dove sta andando l’umanità in quel mondo. Con l’ombra della pandemia sullo sfondo. Ismaele è un personaggio ingenuo, che nasce come una sorta di Candide e, a poco a poco, acquista consapevolezza, cresce, cambia. Il libro, a mio avviso, è un passo in avanti, più meditato, meno viscerale.

Ho capito che quello era il mio mondo narrativo, la dimensione che volevo esplorare, la strada che volevo percorrere per continuare a esprimere il mio punto di vista su quello che ci sta accadendo.

I libri non si scrivono, si fanno scrivere, ci chiamano e ci scrollano in quella fase che sta tra il sonno e la veglia, spingendoci a mettere su carte quello che ci sussurrano in quei momenti.

Sto continuando a camminare in quel mondo, a scrivere libri di sabbia e di ghiaccio, come ho chiamato la collana, dicendo quello che penso, a parlare a chi ha voglia di ascoltare e dialogare con me, tanti o pochi che siano. Non avendo una casa editrice alle spalle ed essendo negato a fare marketing, ogni lettore guadagnato è fonte di stupore e ogni commento benevolo o critico, occasione di crescita.

Quando si crea un mondo narrativo diventa difficile uscirne, perchè per quanto allucinato sia, diventa un via di fuga dal presente, un’occasione per respirare quotidianamente aria più pulita, un’occasione per dialogare con chi sa ascoltare. Al giorno d’oggi, mi sembra importante.

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