Qualche tempo fa ho avuto l’incauta idea di iscrivermi a un gruppo Facebook sulla scrittura nella speranza di poter avere un confronto con chi la praticava e magari qualche suggerimento utile per la stesura dei miei libri.

Ancor più incautamente mi sono inserito in una discussione sulle scuole di scrittura, affermando che negli Stati Uniti sono una realtà da anni e funzionano, mentre nel nostro paese sono, tranne poche, felici eccezioni, macchine mangia soldi. Ingenuamente, ho detto che da anni tengo corsi di scrittura a scuola e ho ottenuto buoni risultati sia dal punto di vista dell’autostima sia da quello della ricaduta didattica.

Sì è scatenato un tourbillon di critiche e ho scoperto che gli aspiranti scrittori nostrani si sentono tutti Dostojevski, odiano la scrittura commerciale, quella delle scuole di scrittura americane, quella letta da milioni di persone, beninteso, odiano le scuole di scrittura perché la scrittura è un dono che non si può insegnare, odiano Amazon e la possibilità di autopubblicarsi perché non permette di diffondere le loro altisisme opere al grande pubblico.

Dopo che uno piscologo (sic!) ha chiesto sprezzantemente quali problemi di autostima potessero avere i ragazzi, mi ha invitato a fare il mio lavoro seriament einvece di eprdere tempo con quelle idiozie e ha affermato che a scrivere si impara leggendo i classici e imitandoli(esattamente quello che non si deve fare), ho lasciato il gruppo.

Io credo che la scrittura sia conoscenza di sè e del mondo, meglio, credo che sia una reinvenzione del mondo e che, a livello di scuola dell’obbligo, assolva una funziona importantissima: quella di dare ai ragazzi la possibllità di dialogare con sè stessi.

I ragazzi sono terribilmente soli, smarriti, hanno un costante bisogno di confrontarsi con figure di riferimento che, spesso, sono assenti. Scrivere li aiuta a colmare, almeno in parte, questo bisogno di dialogo. Farsi domande è altrettanto importante che cercare risposte.

Quanto alla scrittura, forse è anche un dono ma un dono che va quotidianamente esercitato, studiato, analizzato, per affinare la tecnica di base e trovare nuove soluzioni. Soprattutto, va affrontata con umiltà, mettendosi costantemente alla prova, accettandop le critiche e facendone tesoro.

La prima cosa che dico ai ragazzi quando comincio i miei corsi è di dimenticare tutto quello che hanno imparato a scuola, la struttura del periodo, i connettivi, le figure retoriche, ecc., tutte gli ammorbanti tecnicismi che toglierebbero la voglia di prendere la penna in mano a Proust e di sentirsi liberi di esprimere quello che hanno dentro. Sono convinto che scrivere sia uno dei pochi atti di libertà autentici che ci restano. Sono anche convinto che pochi luoghi allontanino dalla scrittura quanto la scuola.

Quanto alle scuole di scrittura, forse chi vi partecipa non diventerà sempre uno scrittore, ma avrà acquisito qualcosa che gli sarà utile nella vita, nella peggiore delle ipotesi la capacità di tenere un diario, di mettere su carta paure, sogni, angosce, vittorie. Non credo sia un risultato spregevole. Se poi venderà milioni di copie scrivendo libri per casalinghe frustrate, buon per lui: la scrittura è democratica e c’è posto per tutti.

Sulla presunzione, vacuità e arroganza che ho trovato nel gruppo non ho nulla da dire, è lo specchio di una società sempre più autoreferenziale, dove nessuno si fa più domande e tutti hanno risposte.

Io, che scrivo per me stesso e per chi ha la pazienza di leggermi, di risposte continuo a trovarne sempre meno.

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