Si può insegnare a scrivere in modo creativo, senza schemi precostiuiti, lasciando libero spazio alla fantasia?

Ho seguito alcuni interventi in proposito su un gruppo di facebook, diviso tra difensori del talento puro che disprezzavano, per esempio, le scuole di scrittura creativa americane perchè produttrici di scrittori da inserire nel mercato della letteratura di consumo ( che male c’è nella letteratura di consumo?) e possibilisti, che hanno frequentano scuole di scrittura creativa e le trovano utili. Tra quelli che o si è Tolstoj o non vale la pena scrivere, e alcuni purtroppo credono di esserlo, Tolstoj, e chi si accontenta di essere se stesso.

Stamattina, dopo aver fatto una bella ramanzina in dad a una delle mie classi per il rendimento generale non proprio entusiasmante, ho assegnato un semplice esercizio di scrittura: buttate giù la trama di un racconto in cui ci siano un pappagallo, un ragazzo della vostra età e una chitarra.

Domanda: Ma il ragazzo deve essere il protagonista?

Risposta: No, deve far parte del racconto.

Domanda: Ma dobbiamo scrivere l’incipit?

Risposta: No, la trama del racconto.

Domanda: Ma il pappagallo parla?

Risposta: Nessuna.

Dopo i consueti cinque minuti di delirio, assegno ai ragazzi un quarto d’ora di tempo e cominciano a lavorare. Non ho dato limiti di genere, nè di struttura: non sarebbe scrittura creativa. Premetto che insegno in un Istituto tecnico, che la maggior parte dei miei alunni ha scelto illudendosi che si faccia poco italiano.

Accade quello che è sempre accaduto: ragazzi di solito apatici, distratti, poco motivati, lasciati liberi di esprimere quello che hanno dentro riescono a inventare storie. C’è la storia del ragazzo che suona la chitarra per strada con il pappagallo che raccoglie i soldi, quella del ragazzo strano, che indossa la gonna e si trucca quando suona la chitarra in un gruppo col pappagallo accanto, quella del ragazzo per cui il pappagallo rappresenta l’unico ricordo della madre morta o ancora, il ragazzo che va allo zoo e sente il pappagallo cantare la canzone che sta suonando.

L’unico tratto comune di queste idee è la solitudine del protagonista e questo dà molto da pensare, dovrebbe farci riflettere tutti.

Per me questo è fare italiano, fare scuola, trasformarla in prassi: liberare la creatività dei ragazzi, dargli spazi di libertà, stimolarli a trovare la propria voce.

La scrittura si può insegnare eccome, perché è in buona parte tecnica e applicazione costante. Poi c’è anche il talento, certo, ma si può scrivere anche solo per fare chiarezza in sè stessi o per uscire dal mondo e liberarsi dalle ambascie quotidiane. Purtroppo a scuola non si insegna, bisogna mettersi d’impegno e trovare tempo e modo per inserirla all’interno del programma, tra un tema e un riassunto.

I commenti del gruppo facebook rispecchiano una concezione della scrittura scolastica, elitaria, per cui vale solo lo studio dei classici e tutto il resto è vile mercato. E’ uno dei motivi per cui l’Italia è il paese dove si legge meno in Europa.

In realtà, per scrivere davvero, bisogna mettersi alle spalle i classici e la scuola, fare quotidiano esercizio di pazienza e applicazione, avere qualcosa da dire e trovare la voce per dirlo.

Che poi è quello che cerco di insegnare ai ragazzi.

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