La nuova, recente protesta di un gruppo esiguo di alunni che chiedevano la riapertura delle scuole mi spinge ad alcune riflessioni.

Vedo un servizio su facebook su una tv locale che riguarda le proteste di alcuni ragazzi, appartenenti ai migliori licei di Genova, pochi, pochissimi nonostante il tentativo della telecamera di farli sembrare moltitudine e ascolto con attenzione le loro richieste.

Alla fine provo una sensazione di rabbia mista a tristezza. I ragazzi saono chiaramente imbeccati, nessuno dei miei alunni, neanche quelli del Liceo scientifico, direbbe “noi siamo il futuro”, un leit motivo ripetuto insieme ad altre frasi fatte da tutti gli intervistati, nessuno direbbe che vuole tornare a scuola per scambiarsi bigliettini e merende e per socializzare, cose di fatto rese impossibili dalle normative di sicurezza, nè affermerebbe che le scuole sono sicure, perché i numeri dicono che non lo sono e che il famoso distanziamento di un metro dalle rime buccali con le varianti del virus che sono ormai preponderanti non vale più.

Infatti, quando ho chiesto ai miei alunni cosa ne pensano dei loro coetanei che protestano, la risposta più gentile è stata: li pagano, prof.

La tristezza nasce dalla consapevolezza che la scuola è ancora classista. Mutatis mutandis e si parva licet componere magnis, manifestazioni di questo tipo sono l’equivalente della famosa marcia dei colletti bianchi contro gli operai della Fiat di Torino, un atto di rivalsa di chi è ( o ritiene) di essere privilegiato contro chi non lo è.

Questi ragazzi parlano di diritto allo studio tralasciando che la maggior parte di loro avrà un comodo accesso alle facoltà universitarie mentre moltissimi dei loro coetanei non potranno materialmente permetterselo, dimenticano che in certe zone del sud le scuole sono fatiscenti, che in certi quartieri la scommessa non è fornire un’istruzione ma togliere i ragazzi dalla strada e impedire che finiscano nelle grinfie della criminalità organizzata, probabilmente non conoscono l’esistenza delle scuole di periferia, delle situazioni di disagio estremo in cui si trovano molti ragazzi per cui la scuola, spesso, è l’unico luogo in cui vengono ascoltati e, a volte, un’ancora di salvezza. Non parlano di diritto allo studio dei figli dei migranti o di quelli dei nuovi poveri, no, loro rimarcano che non tutte le scuole forniscono i devices (giuro) per seguire le lezioni.

Beh, mi piacerebbe informarli che il diritto allo studio è in crisi da decenni, non certo per colpa della Dad, che ha sicuramente peggiorato la situazione non loro, ma di quei ragazzi che spesso si riesce a salvare da situazioni pericolose proprio grazie al rapporto diretto con certi insegnanti.

E’ emblematico che nessuno di loro abbia nominato il numero eccessivo di alunni per classe, il padre di buona parte dei problemi della scuola: chi li ha imbeccatti, evidentemente, si è scordato di dirglielo.

ll diritto allo studio è limitato anche dal classismo della scuola, dall’essere la scuola della classe dirigente e dal propagarne la cultura, dal divario tra classe dirigente e popolo, scusate i termini desueti ma sono un uomo del novecento, che negli ultimi anni, con una sinistra che si è spostata sempre più a destra, è aumentato. Stiamo tornando, in un silenzio assordante, alla scuola per pochi, alcuni di quei pochi erano in piazza, che probabilmente non si alzano alle cinque del mattino per salire su mezzi pubblici come molti ragazzi della mia scuola, a chiedere una riapertura delle scuola senza riuscire a spiegare perché e come, ignorando, con un distacco preoccjpante dalla realtà quotidiana della maggioranza degli studenti, i problemi veri della scuola.

I diritto allo studio è limitato dal fatto che quello che insegniamo è avulso dalla realtà e bisogna fare molta fatica per renderlo vivo, attuale, affascinante per ragazzi che vivono vite a parte, rispetto a quelle degli adulti e che nessuno fa il minimo sforzo non dico per capire, ma per ascoltare.

Trovo le manifestazioni per la riapertura delle scuole insensate, offensive nei riguardi della Scuola che, seppure a fatica, non ha mai smesso di svolgere la propria funzione, intellettualmente disoneste ed elitarie, di quell’elitarismo che mi fa ricordare di essere figlio di operai immigrati che lottavano per quello che era veramente importante.

Noi siamo il futuro, dicevano quei ragazzi ed è tristemente vero: il futuro, oggi come ieri, è dei padroni.

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