Leggo, in una di quelle piccole rubriche che giustificano ancora la perdita di tempo di aprire La repubblica on line, che, in una zona rossa, la commessa di un negozio di animali osserva ogni giorno perplessa le persone che entrano ogni giorno e stazionano all’interno curiosando tra gli oggetti, senza possedere un animale, solo per far passare il tempo, solo perché quel negozio è aperto.

La notizia mi provoca un moto di tristezza al pensiero di quanto bisogna sentirsi soli e incapaci di gestire la solitudine, per passare così il proprio tempo.

Non mi giungono notizie analoghe di librerie affollate in tempo di pandemia, e credo che, a spiegare questo fatto insolito, (cosa c’è di meglio di un libro, per rendere attivo un tempo sospeso?), entrino in campo molti fattori.

Gli italiani nutrono una profonda avversione per i libri, siamo all’ultimo posto nelle classifiche di libri ed ebook venduti in Europa, tra gli ultimi al mondo.

Una delle cause è certamente la profonda avversione per la lettura che la scuola riesce a instillare nei ragazzi, una reazione pavloviana che evoca ricordi di schemi, schede di lettura, verifiche di comprensione, notazioni stilistiche, sequenze narrative, etc. etc. Noi insegnanti siamo diventati incapaci di instillare nei ragazzi il piacere della lettura, di coinvolgerli, di affascinarli. Preferiamo rifugiarci dentro schemi collaudati che sono la morte della lettura.

Un’altra delle cause sono proprio le librerie, o meglio, la scomparsa delle librerie. Citare quella madre di tutti i mali che, nell’opinione comune, è Amazon sarebbe troppo semplice, ma Amazon non c’entra nulla. C’entra invece il lento, inarrestabile declino culturale del nostro paese.

I librai, una volta, leggevano buona parte dei libri che vendevano, o quanto meno li conoscevano, avevano clienti abituali con cui entravano in confidenza, a cui sapevano dare consigli, a volte erano il punto di ritrovo di scrittori e artisti, centri culturali. Poi sono arrivate Feltrinelli e Mondadori.

Avete mai provato a chiedere un consiglio in un megastore di libri? E’ un’esperienza kafkiana, un viaggio nell’assurdo. Ricordo un libraio costernato perché non aveva La tregua di Primo Levi, dopo averlo cercato per un buon quarto d’ora. Il commesso del megastore vi dice al massimo che dovrebbe trovarsi in un “lì” indeterminato, tra pupazzi, gadgets e dvd, in mezzo ad altre centinaia di volumi che, se siete fortunati, sono in ordine alfabetico, ammesso e non concesso che Levi sia annoverato tra i classici. Se il romanzo è contemporaneo ed è di un autore poco noto, non c’è speranza.

Trasformare le librerie in supermercati, assumere commessi non per la competenza ma perché disposti a lavorare anche il sabato e la domenica, è stato il primo passo verso una discesa agli inferi della cultura nel nostro paese. La televisione commerciale e l’avversione per ogni forma culturale della destra, hanno fatto il resto. Quando in un megastore di libri trovi in vetrina le memorie di Totti o della soubrette di turno, comprendi che davvero le speranze che vada tutto bene si confondono ormai con le illusioni.

Non è stata Amazon a distruggere le librerie, erano scomparse molto prima dell’avvento di quello che, per chi ama leggere, è una specie di eden. Non è un caso se nel nostro paese anche l’avvento degli ebook, che hanno superato la vendita di libri cartacei quasi ovunque, non ha avuto grandi riscontri.

Io leggo tre, quattro libri al mese, spesso alternando l’uno all’altro, quasi tutti in ebook. La scusa di “amo l’odore della carta” oltre che antiecologica, mi sembra, appunto, una scusa per giustificare il fatto di non comprare libri nonostante i costi bassi e un supporto elettronico comodo e capiente. Molti di quelli che amano l’odore della carta, passano le giornate sullo smartphone.

La triste verità è che i libri aiutano a pensare, ad aprire la mente, a vedere il mondo da prospettive inedite ed è esattamente quello non si vuole incentivare, perché se la gente comincia a pensare poi sono guai.

D’altra parte la gente non vuole pensare, anzi, desidera che altri pensino al suo posto, cerca vati e profeti, taumaturgi, demiurghi capaci di risolvere ogni problema senza fatica.

Così i libri restano soli, a riempirsi di polvere sugli scaffali, come tesori nascosti, scrigni di poesia, bellezza e saggezza in attesa di essere aperti da chi ne possiede la chiave. Ogni libro non letto è un’opportunità di crescita e cambiamento persa, un viaggio rimandato a data da destinarsi, l’occasione sprecata di dare vita a un tempo sospeso.

Con tutto il rispetto per i negozi di accessori per animali, credo che mai come oggi, in un paese in cui la fabbrica dell’ignoranza è l’unica ad avere i bilanci in attivo, avremmo bisogno di tornare a leggere un libro.

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