La visione della prima puntata di SanPa, il documentario su S. Patrignano trasmesso da Netflix, mi spinge a fare alcune riflessioni.

La prima impressione è quella di un viaggio nel tempo, cupo e angosciante. Ricordo benissimo la fine degli anni settanta e gli anni ottanta, quelli della mia adoloscenza. Ricordo figure spettrali che si aggiravano nei vicoli di Genova e in certe vie periferiche: magrissimi, lo sguardo distante, i movimenti da zombie.

Ho avuto la fortuna di avere una famiglia operaia alle spalle, in quegli anni: pochi soldi, valori forti e controlli ferrei sulle mie frequentazioni, molta severità, qualche sberla se esageravo. Le trasgressioni non erano ammesse, neanche immaginate. Oggi, a sentire certi genitori, sembra roba da medioevo.

La droga l’ho incontrata, (ed evitata), molto tardi, durante il servizio militare, con un compagno di camerata al Car, finito poi in overdose. L’ho incontrato spesso, negli anni seguenti, nei vicoli, con un cane, sdraiato per terra.

La droga l’ho incontrata di nuovo nel mio lavoro, in un paio di occasioni, segno inequivocabile che non solo il problema esiste ancora, ma l’età media di chi la assume si è abbassata.

Diceva Pasolini che la società dei consumi è peggio del fascismo perché ti ruba l’anima, aveva ragione. La droga, oggi, è diventata un prodotto di mercato che si vende a prezzi stracciati.

Lo stereotipo del tossico problematico, sottoproletario, disagiato, che cerca nello sballo la fuga dalla realtà, non regge più.

Spesso, i tossici hanno un lavoro gratificante, o sono studenti modello ( per un po’) provengono da famiglie senza particolari problemi. Famiglie che i problemi, grandi, enormi, li avranno di lì a poco, perché la tossicodipendenza non è un problema individuale ma sociale, che coinvolge un’intera rete di relazioni.

La droga è il problema dimenticato di questi ultimi anni, affrontato dalla politica solo in termini repressivi e semplicemente ignorato dai media.

Il 15% degli adolescenti è stato soggetto ad atti di bullismo, più o meno la stessa percentuale, probabilmente per difetto, fa uso abituale di sostanze. La rilevanza mediatica su televisione e giornali data al bullismo è enormemente maggiore rispetto a quella data alla droga. Forse perché il bullismo non è un prodotto del mercato, forse perché non risponde alla domanda dell’offerta. Forse perché, dietro, non ci sono interessi enormi.

La strage di ragazzi, di vite rovinate, di famiglie distrutte, continua, nel silenzio e nell’indifferenza di tutti. La propaganda di questi ultimi anni recita che la droga la portano gli immigrati neri e cattivi, evitando di parlare dei ragazzi bravi e belli che la comprano. La droga è sempre qualcosa che capita agli altri.

Il covid ha completamente cancellato sia la possibilità di aiutare i ragazzi sia l’apertura di un dibattito pubblico, necessario e fuori tempo massimo. Intanto, i Sert sono sempre pieni.

Noi guardiamo SanPa, felici di averla scampata e, come per la mafia, facciamo finta che sia storia passata.

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