Ultimamente ho rarefatto di molto la mia presenza sui social, vuoi perché il lavoro mi impegna spesso fino a sera, vuoi per attenuare il rumore di fondo di chiacchiere a vuoto, che ormai ci sommerge dall’alba al tramonto e anche oltre.

Polemiche, opinioni in libertà, battibecchi e assurdità per descrivere un paese come sempre diviso tra Guelfi e Ghibellini, Capuleti e Montecchi, incapace di trovare un’unità che non si è mai compiuta, anche in un momento complesso come quello che stiamo vivendo.

Mi avviliscono soprattutto le chiacchiere futili sulla scuola, il dibattito tra apocalittici e integrati, castrastrofisti e ottimisti, furbi e missionari, che, quasi sempre, esclude i ragazzi e le ragazze che della scuola sono la linfa vitale e che alla scuola chiedono risposte che da troppo tempo non riusciamo più a dare. Gli insegnanti stanno diventando sempre più autoreferenziali, si mettono spesso al centro, anelano all’occhio di bue e dimenticano lo sfondo e quello che li rende reali, a volte utili, sempre più raramente, necessari.

Mi godo quindi il silenzio, titolo di un libro di Don de Lillo uscito in questi giorni in inglese su Amazon, la cui trama mi sembra perfettamente aderente al mio stato d’animo e che acquisterò all’istante, quando verrà edito in italiano, perchè De Lillo è uno dei pochi scrittori al mondo che si può comprare al buio.

Mi godo il silenzio e riscopro il valore terapeutico della scrittura, vero balsamo per le anime tormentate, per chi ha rinunciato da tempo a cercare le risposte all’angoscia quotidiana dagli altri e cerca di trovarle in sè stesso.

Sto scrivendo il seguito de Il granello di sabbia, che non avevo intenzione di scrivere ma, come ho scoperto in questi mesi, sono i libri che ci chiamano e non viceversa.

Tra qualche giorno, fa un anno dall’uscita del Granello, ne parlerò in occasione della ricorrenza che merita, per certi versi, di essere celebrata.

Mi ritrovo a scriverne il seguito spinto da una nuova urgenza più cupa e opprimente di quella, che un anno fa, mi fece dare alle stampe il suo precursore. Allora c’era un nemico, chiaro, evidente, da stigmatizzare, beffeggiare e, almeno nella finzione letteraria, sconfiggere. C’era anche un pubblico ideale, i giovani, che non hanno vissuto le traversie, le sconfitte e le illusioni della mia generazione, c’era la volontà di reagire a una normalizzazione mortifera del razzismo, dell’iniquità, della disuguagliuanza assurta a legge. Tutta roba che, in forma metaforica, si trova nel testo.

Oggi il nemico è sfumato, subdolo, cambia faccia ogni giorno: certamente è il virus, ma è anche tutto quello che il virus ci sta raccontando di noi, mettendo a nudo la nostra dimensione peggiore, che non è quella della paura, l’emozione più umana e arcaica che esista, ma quella della fuga costante dalla realtà, della necessità di trovare dei colpevoli ad ogni costo, per consumare olocausti ideali che ci rassicurino e ci illudano di esorcizzare il male.

Ci sono poi i nemici di sempre: la mancanza di scrupoli di alcuni, quelli che prosperano nel caos, l’avidità di altri, l’inettitudine e l’approssimazione di molti, che non dovrebbero essere nè inetti nè approssimativi per le cariche che ricoprono, per la responsabilità che hanno.

Ci è finito dentro tutto questo, altro si aggiungerà fino a quando deciderà di concludersi, perchè sono i libri che decidono quando finire, l’autore è un mero tramite che, come una remora, usa le pagine scritte come uno specchio, per curare le proprie ossessioni.

Consiglio a tutti i miei venticinque lettori di mettere su carta i pensieri che nascono in questi giorni, specie quelli indicibili, invece di unirsi al rumore dei social, di avviare un soliloquio che permetta di creare uno spazio di autentica libertà da una quotidianità faticosa, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore, andrebbero usati ben altri aggettivi.

Ascoltare il silenzio giova, se non a capire, a stare meglio.

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