Recensione di Yoga, di Emmanuel Carrère

Questo è un libro di fantasmi: il fantasma dell’equilibrio nella vita, quello della malattia mentale, quello dell’illusione di un nuovo equilibrio, di un nuovo inizio che non si trasformi in un eterno ritorno al passato. Carrère voleva scrivere un arguto libretto sullo Yoga che pratica, insieme alla meditazione e al Tai chi, da trent’anni, ha scritto invece una lunga e, a tratti straziante, confessione, un diario pubblico in cui mette a nudo se stesso, i suoi sentimenti, i suoi disturbi psichici, senza pudori o reticenze, offrendoci uno scorcio della sua anima tormentata.

L’inizio scanzonato e, tutto sommato, leggero non tragga in inganno: la parte centrale del libro, quella che riguarda il periodo trascorso in un centro di igiene mentale dove a causa del suo disturbo bipolare viene sottoposto a quattordici sedute di elettroshock (sì, lo si usa ancora, con un altro nome) è terribile, sia per i fatti raccontati sia perché “sentiamo” la sua angoscia, il suo terrore e il bisogno di esorcizzarlo mettendolo per iscritto, sia perchè addormenta l’ombra che si porta dentro ma non la cancella.

La possibilità di un nuovo inzio arriva quando, su un’isola greca, diventata un centro di accoglienza per rifugiati, l’autore si confronta con le storie atroci di tre ragazzi e capisce che la condivisione del dolore è già un modo per cominciare a superarlo. Si tratta della parte del libro meno convincente, anche se scritta splendidamente, perché qui, come confessa qualche pagina dopo,la finzione letteraria è più evidente, per motivi di opportunità e tutela della privacy.

In mezzo, considerazioni sull’amore, sullo Yoga, sulla meditazione, sul sesso, sulla vita, sulla letteratura, mai banali, mai superficiali, sempre capaci di suscitare riflessioni e di spingerci a guardarci dentro.

Carrère ha la capacità, che è solo dei grandi scrittori, di universalizzare il proprio dolore, di diventare uno specchio delle nostre angosce, un riflesso dei nostri fantasmi e di portarci per mano verso un sorriso di speranza.

Un libro straordinario di uno scrittore straordinario.

Un piccola riflessione sulla scuola

Sarò breve, come è mia abitudine da qualche tempo a questa parte. Il governo ha concentrato la sua politica scolastica sul (falso) problema del Greenpass, favorendo polemiche mediatiche capziose, attaccando indirettamente le organizzazioni sindacali dopo aver firmato un accordo disatteso dopo pochi giorni, ignorando completamente i problemi strutturali della scuola.

Le classi continuano ad essere sovraffollate, esiste un divario enorme tra nord e sud del paese e centro e periferia nelle grandi città, i programmi restano obsoleti, l’inserimento di materie come Educazione civica, o come diavolo si chiama adesso, resta confuso, farraginoso e calato dall’alto, l’edilizia scolastica è spesso carente, non è stata effettuata neppure l’installazione di sistemi di aerazione automatici che avrebbe potuto evitare la demenziale apertura di porte e finestre anche in pieno inverno, ecc.

Non siamo al punto di rimpiangere l’Azzolina perché non si può rimpiangere il nulla,( casomai sarebbe opportuno indagare sui chi ci ha guadgnato sulla grottesca vicenda delle sedie a rotelle), ma se il governo dei migliori è questo, almeno prima si rideva.

A preoccupare è la manovra di distrazione di massa dai problemi reali attuata dall’esecutivo con la complicità dei media, ormai house organ governativi e la compiacenza dei Dirigenti scolastici, maestri nello schierarsi sempre dalla parte del torto ( non in senso brechtiano). Sembra un ballon d’essai per altre e ben più serie manovre di distrazione di massa.

Il problema del greenpass era risolvibile inserendo l’obbligo vaccinale e comunque il numero dei docenti vaccinati risulterà oltre il 90% e chi non vorrà adeguarsi se ne assumerà la responsabilità. Insegniamo ai nostri ragazzi che la libertà del singolo vale finchè non incide su quella degli altri e non vaccinarsi, a mio avviso, incide pesantemente sulla libertà degli altri.

Per concludere, questa volta si è disatteso il criterio gattopardesco: non hanno neanche provato a far finta di cambiare tutto. Forse per questo sono i migliori.

Il dubbio e la paura

Mi ero ripromesso di non parlare più di politica, vaccini, ecc. e non mantengo la promessa solo per lo spazio di questo post. D’ora in poi sui social appariranno solo le mie recensioni e gli annunci che riguardano i miei libri.

Dopo l’ennesimo post contro i sindacati della scuola e l’ennesimo attacco alla categoria cui appartengo, accusata di gradire la Dad e, sostanzialmente, di non lavorare, dopo le tonnellate di sciocchezze sui vaccini da parte di chi o ha legittimamente paura, e lo capisco, o è in malafede, e mi fa schifo, ritengo più proficuo impiegare meglio il mio tempo in altro modo che non sia perderlo su facebook, da Twitter mi sono tolto da tempo.

Dubitare è lecito, il dubbio è il seme del progresso e la radice del pensiero, ma manipolare i dati oggettivi perché le proprie tesi vengano confermate da fatti inesistenti, non è lecito ed è l’anticamera dal fascismo.

Questo vale per chi fa le pulci all’intestazione di una dichiarazione sindacale senza commentarne il contenuto o per chi cerca nel mare magnunm di spazzatura del web pseudo esperti che confutino le tesi deliranti sui vaccini andando contro al realtà dei numeri e ignorando la stragrande maggioranza degli esperti veri. Liberi di piangere la chiusura di quella fucina di cazzate che era Bioblu, liberi di affidarvi all’opinione di Fra cazzo da Velletri, liberi di postare le vostre battute sarcastiche e idiote sul fatto che non si fanno vaccini durante le epidemie ( vi avessero seguito l’Africa sarebbe stata spopolata da Ebola): a me non va più di leggervi e di ascoltarvi.

Insinuare il dubbio verso la scienza, lo Stato, la competenza in generale (i “professori”, nel senso più ampio del termine) è l’anticamera del fascismo ed è questa la strada che il nostro paese ha preso. Io lavoro per lo Stato e nello Stato ( non nel governo) ho fiducia, non sono uno scientista ma di fronte al pericolo di una malattia grave mi tutelo con quello che medici e scienziati mi propongono, perché ritengo che, quando non si possiedono le competenze l’unica cosa da fare sia affidarsi a chi ne sa più di noi. Preferisco seguire in questi casi le vie più battute, il consenso più ampio, piuttosto che le voci discordi. È lo stesso motivo per cui impedisco ai miei alunni di fare ricerche su Wikipedia e li invito a cercare siti autorevoli. Io, nella competenza, ho fiducia.

Non credo nei complotti, specie in quello che vorrebbe un controllo globale che esiste già da anni, o una limitazione della libertà che esiste già da anni. Comprendo le legittime e giuste proteste di chi gestisce dei locali e deve trasformarsi in controllore, comprendo le remore di chi ha paura dei vaccini, tutto il resto no, non lo comprendo e il fatto che la destra sia tendenzialmente no vax è decisivo. Sono antifascista e se i fascisti prendono una strada, io ne prendo un’altra.

Credo sia fascista anche lo sbeffeggiare chi non la pensa come noi, anche se crediamo di essere nel giusto. I pro vax a oltranza che dileggiano la parte avversa, mi irritano quanto i no vax. Strano che litighino, visto che usano le stesse armi, gli stessi metodi, la stessa arroganza.

Saluto le poche persone con cui dialogo costruttivamente sui social e mi dispiace non avere occasione di poter continuare questo dialogo ma davvero credo che ci siano modi migliori di impegnare il proprio tempo.

Recensione de Il complotto contro l’America di P. Roth

Si può leggere questo libro come una geniale parodia del complottismo, una affettuosa e amara autobiografia in parte immaginaria, un divertissement ucronico, ecc., ma, alla luce di quello che è accaduto con Trump, dell’ubriacatura nazionalista e populista del popolo americano e di Capitol Hill, appare soprattutto come un libro profetico.

Roth ipotizza che C. Lindbergh, eroe americano la cui ammirazione per il nazismo e l’antisemitismo non sono un mistero per gli storici, arrivi alla presidenza degli Stati Uniti con lo scopo di tenere fuori la nazione dal conflitto e di nazificarla a partire dalla cancellazione degli ebrei.

La vicenda viene narrata dal punto di vista della famiglia Roth e tali e tanti sono gli spunti di riflessione, da cosa significa essere ebrei, a come sia facile, da parte del potere, fomentare l’odio razziale e spingere un popolo a tradire i propri ideali, alle teorie del complotto, che sarebbe necessario un saggio per descrivere la maestria di uno dei più grandi autori americani di ogni tempo nel prenderci per mano e raccontarci questa storia.

Da leggere, perché Roth aveva visto lontano e non solo per quanto riguarda gli Stati Uniti.

Fenomenologia del dirigente scolastico

Lungi da me fare generalizzazioni che lasciano il tempo che trovano: io ho sempre avuto dirigenti scolastici con cui, anche quando mi confrontavo sindacalmente partendo da posizioni diverse, sono sempre riuscito a dialogare correttamente, ma si trattava di presidi, una razza ormai in via d’estinzione.

La recente presa di posizione dell’Anp, l’associazione nazionale presidi, riguardo il demenziale decreto sulla scuola, è perfettamente in linea con le tesi proposte in passato: accettazione supina delle decisioni politiche, maggior potere ai dirigenti e meno responsabilità Non passa neanche per l’anticamera del cervello a questi signori di criticare un decreto fumoso, confuso, da riscrivere, anzi, non perdono occasione per battere anche cassa. Non contestano la norma ma il fatto di non avere a disposizione più personale su cui scaricare quella responsabilità di controllo che è il nucleo fondante del loro lavoro. Applausi.

Una volta c’erano i presidi. Rispondevano alla definizione inglese del dirigente scolastico “head teacher” , un primus inter pares con compiti di coordinamento del lavoro degli insegnanti e di organizzazione del funzionamento della scuola. Ce n’erano di molto capaci, di meno capaci, di incapaci ma, nel terzo caso, i collegi docenti erano capaci di prendersi l’autonomia che la legge gli consente e di far funzionare la scuola al meglio. Con i presidi si discuteva, si litigava, si aprivnao e chiudevano vertenze, si lavorava. Altri tempi.

L’inzio della fine è stata la Buona scuola. A Milano, quando i docenti sono scesi in piazza a migliaia, c’era un solo dirigente scolastico e questo la dice lunga senza bisogno di aggiungere altro. L’illusione del dirigente padrone, di un ritorno a un mitico passato dove ciò che il preside diceva non veniva discusso ma accettato, ha abbacinato la mente dei dirigenti rampanti che si sono poi ritrovati, con una certa giustizia poetica, con un aggravio di responsabilità e meno potere di prima. È bastata l’introduzione dei bonus a fare sì che i collegi docenti si dividessero, si creassero cerchi magici all’intenro delle scuole e molti colleghi vivessero l’illusione di avere in mano il potere grazie alla agognata qualifica di collaboratore del dirigente. Una vera iattura.

D’altronde, i nuovi dirigenti,potevano arrivare a capire che un dirigente senza portafoglio, queste sono le scuole in barba a una autonomia spesso solo sulla carta, non è che possa comandare più di tanto.

Oggi ci sono dirigenti che hanno paura della propria ombra, per cui la parola d’ordine è mettersi al sicuro, preoccupazione legittima, date le assurde incombenze che aumentano ogni anno di più. Spesso non hanno mai insegnato in una scuola e non comprendono che non è un’azienda ma un microcosmo dove si tratta materia sensibile sia al di là che al di qua della cattedra e che non può essere guidato solo tirando fuori il regolamento. Io sono di quelli che sui regolamenti la pensa come Totò ne I due colonnelli, andate a riguardarvi il film se non lo ricordate.

Ci sono poi i dirigenti mediatici, sempre sui giornali, sempre sulle tv locali, quelli che sanno tutto, che hanno soluzioni per tutto e che, naturalmente, si guardano bene dal contestare anche i decreti più idioti. Quelli che si sono dimentciati di essere stati insegnanti, i peggiori. Per loro cito una frase di Philip Roth: Quel grosso coglione sa tutto, peccato che non sappia altro.

Poi ci sono le brave persone, quelle che cercano un dialogo con i docenti, che capiscono di essere sulla stessa barca e che navigare in direzioni diverse sarebbe assurdo, ma che vogliono anche giustamente tutelarsi. Pochi, specie tra i dirigenti di nuova nomina, quasi una rara avis.

Una scuola moderna necessiterebbe non di controllori ma di facilitatori, di coordinatori in un lavoro che è diventato sempre più difficile e, nell’era del covid, assurdamente difficile. Tra i tanti, innumerevoli danni dell’ometto di Rignano, questa nuova fenomenologia di dirigenti scolastici è uno dei frutti meno conosciuti e più velenosi. Un insegnante dovrebbe pensare al proprio lavoro, al netto della mole di carte inutili da riempire, e non alle levate d’ingegno del giovane e inesperto dirigente scolastico. Una scuola dovrebbe essere capace di reagire alle assurdità imposte, di trovare soluzioni condivise e non divisive. Ma chi la guida dovrebbe sapere cos’è una scuola e quali sono le sue priorità.

Quest’ultima presa di posizione dell’Anp,associazione di destra, lo ricordo, è, a mio parere, sbagliata come molte altre, corporativa e stonata. Un signor sì davanti a un comando assurdo resta un signor sì anche con i distinguo per mettersi al sicuro e racimolare qualche soldo. Sarebbe stato più elegante chiedere maggiori risorse per le scuole e non per le proprie tasche. Ma nella vita, si può essere uomini o caporali. Ognuno sceglie secondo la propria coscienza.

Libertà di Jonathan Franzen

Sono pochi gli scrittori che possiedono l’amara ironia di Franzen e una visione della realtà così spietata, al limite dell’impudicizia.

Nel mettere a nudo le omissioni, le ipocrisie e le ambivalenze di una coppia apparentemente perfetta come quella dei due protagonisti, Franzen mette a nudo l’anima malata di un’America che ha perso i suoi valori fondanti e si sta richiudendo in se stessa, questo anni prima dell’avvento di Trump.

Con un capovlgimento geniale, il seme del male non si trova nella cittadina di provincia americana, dove i due vivono con i loro figli, sentendosi distanti e superiori a quella realtà chiusa e bigotta, ma nella coppia stessa, nell’incapacità di trovare la propria strada verso la libertà, di coltivare un terreno comune dove crescere senza rimpianti e compromessi, di guardarsi neglie occhi e parlarsi sinceramente, di accettare e rispettare le scelte dell’altro.

La scelta del figlio maggiore, di andare a vivere con la sua ragazza presso una famiglia conservatrice, getta nello sconforto la madre, che va in analisi. Spinta dall’analista, scrive le proprie memorie in particolare le ragioni, sbagliate, che l’hanno condotta al matrimonio. Cercherà, in un patetico tentativo di annullare il tempo, di cambiare la situazione ma, anche in questo caso, lo farà nel modo più sbagliato possibile. Così come il marito accetterà un compromesso col diavolo, una grande multinazionale chimica, per salvare i suoi uccellini, lo scopo e l’ossessione della sua vita. Qui la satira di Franzen, fervente ambientalista, si fa particolarmente sarcastica e pungente.

Tra abbandoni, tradimenti e ritorni, questa storia borghese è la nostra storia , della nostra incapacità di essere liberi interiormente, di guardare oltre le apparenze, della incomunicabilità che è il vero male del nostro tempo, di quella letargia dell’empatia e dei sentimenti che ci fa essere sempre più soli. Non è bello sentirsi speciali e superiori in un mondo in cui tutti si sentono così.

In un tempo in cui si parla, quasi sempre a sproposito, di libertà perdute, comprendere che perdiamo la libertà quando cominciamo a tradire noi stessi per seguire il senso comune o il guru di turno, perché delegare le resposnabilità ad altri è molto comodo, può essere salutare. Consigliatissimo.

Perchè la norma punitiva sui docenti è un’oscenità inaccettabile.

Stamattina, dopo aver letto il decreto, ho scritto in sindacato chiedendo di intervenire. La norma punitiva sui docenti che toglie lo stipendio dopo cinque giorni di assenza è assurda e insensata oltre che mediaticamente scandalosa, per diverse ragioni:

  1. Il personale scuola si è vaccinato in blocco tanto che, a oggi, risulta vaccinato il 90% su scala nazionale. Risulterà poi che quei pochi che non l’hanno fatto hanno problemi di salute tali da sconsigliare la vaccinazione. Ricordo anche che ad aprile questo governo sospese la vaccinazione degli insegnanti per riprenderla con notevole ritardo.

2. Implicitamente il provvedimento scarica sul personale della scuola la responsabilità di due anni di dad e la totale assenza di provvedimenti razionali per mettere in sicurezza le scuole, provvedimenti che i sindacati si erano premurati di suggerire dall’inizio della pandemia, restando per lo più inascoltati.

3. Questo assurdo giro di vite contro una categoria che da subito si è mobilitata, senza alcun aiuto da parte delle istituzioni, per garantire il servizio e lo ha fatto, inventandosi una scuola nuova dall’oggi al domani, appare assurdo, inutilmente repressivo e lesivo della nostra dignità.

4. Credo che gli insegnanti e il personale scolastico, il cui contratto, giova ricordarlo, è scaduto da anni, abbiano il sacrosanto diritto di essere rispettati da un governo che ha disatteso tutti i suoi impegni.

5. Piccola questione di lana caprina: il docente vaccinato che contrae il covid perde il greenpass. Lo sanzioniamo togliendogli lo stipendio? È solo una delle questioni lasciate aperte da un decreto inutile, pieno di “se possibile”, fumoso, che non risponde a nessuna delle condizioni necessarie a far ripartire la scuola.

6. Sono vaccinato e favorevole alla vaccinazione ma queste prese di posizione mi avvicinano sempre di più alle posizioni di Agamben, che naturalmente rispetto. Non frega niente a nessuno, in questo paese, ma le derive autoritarie, quelle vere non le cazzate sulla libertà di bersi un caffè, cominciano sempre dalla scuola.

L’eterna rimembranza di Proust

Proust viveva in una stanza coperta di sughero per isolarsi dal mondo e forse, proprio per questo, nessuno come lui è riuscito a cogliere l’essenza del tempo in cui viveva e i segni della decadenza. La Recherche è un viaggio nel suo tempo e nella sua anima e, di riflesso, nell’anima di ognuno di noi. Il folle tentativo di descrivere una vita con il suo bagaglio di incontri, sogni, delusioni, sconfitte, vittorie, rese. Libro da leggere la sera, ascoltando i notturni di Chopin suonati da Pollini, per meglio immergersi nell’atmosfera onirica e, a tratti, allucinata dell’opera di uno scrittore sommo. Il messaggio che resta dentro è che nulla è in utile o superfluo in una vita, nemmeno una madeleine immersa nel te della sera.

L’ho letto tutto nel giro di un’estate e talvolta vi ritorno, come per incontrare un vecchio amico che ha sempre molto da dire e dare.

Recensione di Io sono vivo, voi siete morti

La vita di Philip K. Dick ha ossessionato per anni Carrère. Che si tratti un pazzo omicida ( Il protagonista de L’avversario), di un anarcoide fascista e megalomane ( Limonov), di uno scrittore geniale, drogato e alcolizzato, come Dick, appunto, lo scrittore francese riesce a renderlo vivo nelle sue pagine, a farci entrare nel lato oscuro dei suoi personaggi, fino a farci trovare in loro qualcosa di noi stessi, fino a non permetterci di staccarci dai suoi libri non solo dopo l’ultima pagina ma per molto tempo.

Dick era un genio folle e disadattato, ha scritto libri fondamentali come Gli androidi sognano pecore elettriche?, La svastica sul sole, Ubik, e libri minori e profetici come I simulacri, ma potrei citare decine di altri titoli. Carrère, scrittore geniale a sua volta, ce lo racconta facendo in modo che Dick si racconti da solo, provando a indovinare i suoi incubi e le sue fantasie, inventando coerentemente e creando una di quelle verità alternative che tanto piacevano allo scrittore americano.

Autore di libri di fantascienza, distopie, incubi, Dick ha anticipato molto del nostro presente parlando con il linguaggio oscuro della profezia e nessuno, neanche Blade runner, tra i numerosi film e telefim tratti dalle sue opere è riuscito a cogliere la poesia e lo strazio interiore di questo grande autore. Carrère sì.

Libro splendido, da leggere prima di riprendere in mano ( o prendere per la prima volta in mano) i libri di Dick per leggerli sotto un’altra luce.