Il ritorno di Schiavone

Vecchie conoscenze, la nuova fatica di Antonio Manzini, potrebbe essere un commiato perrfetto per il vicequestore Schiavone. Stanco, amareggiato, sempre più insofferente e duro, Schiavone si trova invischiato in una doppia indagine, l’omcidio di una professoressa esperta di Leonardo e quello di una vecchia conoscenza, appunto.

Il primo caso è quello più debole e Manzini mostra una caduta di stile inserendo una polemica sul ruolo degli intellettuali e su quello dei giornalisti con riflessioni da social network, superficiali, che lasciano il tempo che trovano e sembrano inserite in modo forzoso e fgratuito nel racconto.

Il secondo caso, invece, in realtà un doppio omicidio, lascia spazio a rivelazioni dolorose sul passato di Schiavone, al ritorno inaspettato di un personaggio scomparso negli ultimi libri. a un finale amarissimo e conciliatorio a un tempo.

In mezzo, la stanchezza di vivere del vicequestore, la sua incapacità di amare, i colloqui con Marina,il segreto di uno dei suoi collaboratori, qui sì che Manzini scrive parole importanti, pagine che scorrono piacevoli approfondendo personaggi e situazioni rimaste in sospeso.

Sarebbe un bel commiato, non lo sarà, ed è un vero peccato.

Un libro al giorno

Il porto dei destini incrociati di Bjorn larsson

Un paio d’anni fa ho avuto modo di partecipare a un incontro con l’autore e ne sono rimasto folgorato: colto, simpatico, affascinante, lo sguardo di Larsson ha dentro il mare, su cui vivce veleggiando con la sua barca e la profondità di chi riesce a vedere oltre il velo delle cose.

Romanzo simbolico questo, quattro personaggi in cerca di un senso, quattro porti, luoghi di approdo ma anche di partenza, un personaggio, Marcel, che fa trait d’union e che sembre osservare da fuori le vite degli altri.

Come sempre in Larsson, c’è un protagonista in sottofondo, il mare, una tentazione irresistibile di libertà.

Sono soli, i protagonisti del libro, diversamente soli ma soli e cercano, ognuno a suo modo, la fuga da questa solitudine, archiviando storie, usando le pietre preziose come parametro del mondo, provando a alsciare tracce sui computer del mondo, trascorrendo una vita in attersa in un caffè dell’angiporto.

L’incontro con Marcel, vero deus ex machina della storia, o forse un trickster della tradizione scandinava, li spingerà ad alzare le vele, come lo scoprirete leggendo.

Libro misterico, carico di simboli e di significati nascosti eppure godibilissimo, sotteso da quella sottilissima ironia sempre presente nell’autore e da un vento quasi impercettibile di poesia.

Una nota a margine

la scuola che c’è

Siamo così arrivati anche alla fine, per chi non ha esami, di quest’anno scolastico e siamo arrivati alle consuete polemiche sulle bocciature, gli abbandoni, ecc. che ogni anno accompagnano questo periodo. Quest’anno, in particolare, le polemiche inutili e capziose sulla Dad, hanno accentuato il fiume di sciocchezze che di solito si leggono. Ci tornerò più avanti.

Per chi scrive è stato un anno particolare perché sono passato alla secondaria di secondo grado. Mi sono lasciato alle spalle quasi vent’anni passati in una scuola di periferia che mi ha dato tanto e a cui credo di aver dato di più, per andare in un’altra scuola di periferia in cui ho ritrovato motivazioni, entusiasmo e voglia di mettermi in gioco oltre a un ambiente accogliente in cui è stato facile e piacevole lavorare.

Ho insegnato a classi di ragazzi educatissimi, consapevoli, motivati, impegnati, con cui c’è stato uno scambio proficuo e costante, ben lontani dagli stereotipi sui giovani che si leggono sui giornali o sui social.

Veniamo alla Dad. Intanto le scuole elementari e secondarie di primo grado sono rimaste aperte e meno male, con i bambini e i ragazzi più piccoli, specie in certe zone della città dove il reddito medio è basso, questa metodologia può diventare un problema.

Il discorso cambia per la secondaria di secondo grado, dove rappresenta un metodo sicuramente non ottimale di insegnamento, con criticità molto forti soprattutto per le materie laboratoriali e meno marcate, ad esempio, per l’area umanistica, ma dove, come diceva Gene Wilder in Frankenstein Junior, si può fare,

Si può fare se non si partecipa al gioco della deresponsabilizzazione di ragazzi e famiglie che ultimamente è in voga, mentre da sempre è in voga il tiro al bersaglio sugli insegnanti.

L’esternazione recente di Baricco è l’ennesima prova che ormai parlano di scuola tutti, cani e porci, spesso più i secondi dei primi, sui giornali leggiamo continuamente le opinioni di psichiatri, psicologhi, pedagoghi, avvocati, scrittori, musicisti, ecc. Tutte persone rispettabili, intendiamoci, assolutamente competenti nel proprio campo ma che non hanno idea di cosa sia la scuola.

La scuola è, insieme alla sanità, l’unica istituzione del nostro paese che ha continuato a erogare i suoi servizi anche nel periodo di lockdown, che non mai lasciato soli i ragazzi, che ha modificato senza piangersi addosso i propri protocolli operativi dall’oggi al domani, letteralmente, e ha reinventato una didattica. La scuola c’è stata, c’è, ha sempre risposto presente senza concedersi un giorno d’assenza.

Questo nonostante i governi, il precedente e l’attuale, abbiano solo complicato le cose, nonostante attacchi mediatici continui, nonostante i cani e porci che vogliono insegnarci il mestiere con le loro frasi decontestualizzate, nonostante il masochismo e la sindrome da missionari di una piccola parte della categoria che fa fatica a considerare gli insegnanti come professionisti cone le responsabilità che ne competono e che con il pretesto di stare dalla parte dei ragazzi, li danneggia. Tutti gli insegnanti, nessuno escluso, stanno dalla parte dei ragazzi e chi afferma il contrario parla per dar fiato.

Tra qualche tempo si scoprirà che le bocciature sono nella media, che gli abbandoni scolastici sono nella media e che niente è stato fatto da chi ne ha competenza per diminuire le prime e azzerare i secondi. Molto ci sarebbe da dire su questo.

La narrazione sulla scuola in Italia è tossica, avvelenata da falsità, incompetenze, giochi politici, ecc., con effetti deleteri che si ripercuotono su una categoria perennemente nell’occhio del ciclone, i cui meriti non vengono mai riconosciuti da nessuno, e sui ragazzi.

Finchè la scuola verrà vissuta dai ragazzi come un tempo sospeso e dalle famiglie come un’entità sostanzialmente ostile, finchè non si darà modo a chi la scuola la vive ogni giorno di dire la propria, la si continuerà a fare a pezzi, lentamente, giorno dopo giorno, con effetti che possiamo toccare con mano ogni giorno. Gli insegnanti sono capri espiatori buoni per ogni stagione e la deresponsabilizzazione non riguarda solo ragazzi e famiglie, ma anche chi, per essere responsabile, è lautamente pagato.

Buone e meritate vacanze a tutte le colleghe, i colleghi le ragazze e i ragazzi che hanno dato del loro meglio anche in condizioni complicate e chi non lo ha fatto, ne faccia tesoro, perchè le sconfitte, a volte, sono la preparazione delle vittorie future.

Se si ha qualcosa da dire

urly.it/3dgn9

Quando un lavoro che nasce da una passione personale dà i suoi frutti, si prova la sensazione di essere sulla strada giusta. Se poi il lavoro è un libro, quindi qualcosa di intimo che trova un senso nella condivisione con gli altri, la soddisfazione aumenta ulteriormente.

Ho creduto molto ne Il sorriso del lupo, un libro scritto d’impulso, come spesso mi accade, ma la cui genesi è stata lunga. Ero infatti incerto se tornare al mondo de Il granello di sabbia e angosciato dall’ìdea di ripetermi. Ma quel mondo mi ha chiamato, i personaggi avevano ancora qualcosa da dire, così è nato non un seguito ma la continuazione di un discorso.

E’ un libro più complesso del precedente, perché il mondo in cui viviamo ha subito cambiamenti imprevisti, perché ai problemi che costituivano il cuore de Il granello di sabbia, il razzismo, il fascismo dilagante, l’omofobia, la condizione delle donne, se ne sono aggiunti altri con la pandemia. Si sono aggiunti, non li hanno sostituiti, perché quei problemi sono sempre lì, anche se non li vediamo e, quindi, apparentemente,non esistono.

Se il precedente era un libro “politico” in tutti i sensi, anche in quello di uno schieramento chiaro, di parte, II sorriso del lupo è un libro che racconta la deriva di una società sempre più priva di valori di riferimento e lancia un segnale d’allarme sui pericoli a cui stiamo andando incontro.

Un recensore su Amazon l’ha definito un “pamphlet”, ma, personalmente, non mi riconosco in questa definizione. Un pamphlet presuppone un collocazione ideologica precisa, l’attacco a una parte da parte di un’altra ed io, oggi, non mi riconosco in nessuna delle parti in campo nello scacchiere politico.

Volevo semplicemente scrivere un libro adatto a tutti, leggibile anche dai ragazzi, che invitasse a riflettere e a discutere, che aprisse spazi di dubbio nelle menti di chi legge. Credo di esserci riuscito, a quel che dicono le classifiche, per quel che valgono.

Ringrazio quindi tutte le mie lettrici e i miei lettori, di cuore., e per ne volesse fare parte, manterrò ancora per qualche giorno il prezzo dell’ebook a 90 centesimi.

Chiudo con una nota personale: ho rarefatto la mia presenza sui social e gli articoli del blog, sia per gli impegni di lavoro sia perché stanco di leggere banalità di tuttologi improvvisati in grado di pontificare su qualsiasi cosa. Ho pontificato anch’io in passato e me ne dolgo, non lo farò più. D’ora in poi scriverò quando avrò qualcosa da dire sulle poche cose che conosco bene: il libri, la scuola, il sindacato, ecc.

Il blog cambierà quindi pelle e, forse, aspetto.

Chi vorrà continuare a seguirmi e a interloquire con me è il benvenuto.

Una vita spezzata dall’odio

Nei miei libri, nel mondo che ho creato con Il granello di sabbia, Il sorriso del lupo e altri che sto completando, in uno stato totalitario spietato e razzista, i neri rappresentano l’ultimo gradino della società. Vengono usati, malmenati e uccisi senza pietà. Ma i miei sono libri distopici, vogliono essere un campanello d’allarme, un avvertimento a non spingersi troppo oltre su certe strade, altrimenti la fantasia potrebbe trasformarsi in realtà.

Probabilmente sono stato ottimista mentre scrivevo, perché quel mondo è già realtà.

La notizia che il giovane Moussa Balde, 22 anni, dopo essere stato vittima di una vile aggressione razzista per strada a Ventimiglia, dove tre balordi l’hanno preso a bastonate, si è suicidato nel centro dove era rinchiuso in isolamento, non ha suscitato nessuno sdegno, neanche da chi, poche settimane fa, riempiva i social di simboli black lives matter.

La notizia dei bambini morti trovati sulla spiaggia in Tunisia ha suscitato la stessa indifferenza, anzi, ha avuto meno risalto perché lontana da noi. Si sa che, da quelle parti, i bambini annegano in mare. NOn hanno nomi, quindi non esistono.

La verità è che siamo mitridatizzati, assuefatti al veleno del razzismo, quasi grati che le notizie sull’Olocausto che si consuma nel Mediterraneo quasi quotidianamente non arrivino più.

La verità è che a furia di sbandierare la libertà d’opinione l’abbiamo confusa con la libertà di essere osceni, razzisti, infami, squallidi.

Il covid ci ha reso più egoisti, ansiosi di tornare a esercitare il nostro quotidiano consumismo, di divertirci, di viaggiare e non pensare a cosa succede nel mondo attorno a noi. Il covid ci ha reso meno umani.

I social sono diventati un terreno di coltura di odio e idiozia, uno spazio tossico che avvelena quotidianamente le nostre menti.

Non abbiamo sviluppato nessuna empatia, dopo aver vissuto una vita sospesa per qualche tempo, con chi vive una vita sospesa come condizione permanente, non è andato tutto bene e non andrà tutto bene.

E’ come se da qualche tempo gli specchi fossero scomparsi, per impedirci di guardarci dentro.

Non è il primo e non sarà l’ultimo a morire di razzismo, Moussa Balde, non è il primo e non sarà l’ultimo a morire per la nostra indifferenza.

Un libro prezioso e spaventoso

Ci sono libri che inquietano, sia per quello che dicono, sia, soprattuto, per quello che sottintendono. L’Infinito errore di Fabrizio Gatti, uno degli ultimi, autentici reporter italiani, è uno di questi libri.

Documentatissimo, racconta la storia del Covid, di come la pandemia avrebbe potuto essere contenuta, se non evitata e di come ci siano dei colpevoli, con nomi e cognomi, per il tragico bilancio di perdite di vite umane.

Gatti analizza anche i rapporti economici tra U.S.A., Cina ed Europa, gli errori madornali, come quello commesso dalla Francia di regalare un laboratorio di ricerche batteriologiche al livello massimo di sicurezza alla Cina, un paese totalitario che aveva già mostrato di non saper rispettare i necessari parametri di sicurezza nei propri laboratori. Regalo fatto in cambio di concesisoni economiche importanti.

Ma la catena di errori di tutti gli attori coinvolti in questa vicenda, appare incredibile, a leggerli a posteriori.

Naturalmente molte pagine sono dedicate all’Italia, all’approssimazione e alle scelte incomprensibili con cui si è affrontata l’emergenza al suo inizio, agli intrecci economici con la Cina, agli errori nella seconda fase della pandemia.

E’ un libro che provoca un crescente malessere, man mano che si procede nella lettura, ma necessario, coraggioso e importante, soprattutto adesso che il virus sembra concedere una tregua, una pericolosa euforia del tutto ingiustificata traspare dagli articoli sui giornali e passano in secondo piano notizie come la concessione delle trivellazioni nell’Adriatico e la deregulation sugli appalti, che dovrebbero invece far drizzare le antenne a chi ha a cuore la tenuta della democrazia nel nostro paese, le politiche ambientali e la lotta alle mafie.

La mole di documenti analizzata da Gatti è impressionante e alcune notizie sono davvero sconvolgenti: per esemepio, il fatto che già nel 2013 i cinesi sapessero che i pipistrelli potevano infettare gli umani con un coronavirus simil sars e abbiano utilizzato questa informazione per costruire in laboratorio, a partire da quei virus, super virus resistenti alle cure e ai vaccini, con la scusa di creare farmaci per bloccare eventuali pandemie; tecnica usata anche negli U.S.A., bloccata da Obama e, c’è da dubitarne?, auotrizzata da Trump. O ancora la grande simulaizone di pandemia globale da coronavirus respiratorio tenuta a New York nel 2019 che diede risultati sinistramente simili a quello che sarebbe accaduto un anno dopo.

Giornalismo d’inchiesta autentico, come enll’Italia asservita al potere e ai potenti di oggi nessuno sa più fare.

Lettura disturbante, quindi, ma necessaria: per capire che non andava per niente bene neanche prima.

L’America che non fa sognare

Il libro di Alessandro Carrera, un docente universitario che vive e lavora negli Stati Uniti da trent’anni, è una raccolta una di articoli scritti da lui riguardanti l’esplosione della pandemia e la caduta di Trump, col corollario che tutti conosciamo.

Ne viene fuori un ritratto della società americana “vista da dentro” assolutamente inedito e sconvolgente. In particolare, Carrera si sofferma sulla necessità degli americani di avere una fede, una fede che spazia da Dio ai pop corn a Trump ma che è sempre cieca, assoluta, inossidabile. Una caratteristica incomprensibile per noi europei ma necessaria per capire cosa sta succedendo.

In particolare mi ha colpito la figura del predicatore di prosperità, quei predicatori che accumulano ricchezze sulle spalle dei loro seguaci in ossequio alla logica calvinista secondo cui chi è ricco è gradito a Dio. Sono capaci di invitare i fedeli in chiesa passando prima dalla loro agenzia finanziaria accanto alla cappella. Sonos eguiti da centinaia di migliaia di persone.

Si parla anche di razzismo, dell’impossibilità di comprendere realmente la condizione dei neri e degli ispanici, dell’assurdità del politically correct. Pagine amare e istruttive, che denunciano l’impossibilità di un dialogo, di una soluzione della questione razziale in senso positivo ormai impossibile. Il muro tra bianchi e neri negli Stati Uniti sembra insormontabile. basti pensare che la polizia americana, a fine ottocento, nasce per mettere al loro posto i neri e non ha mai perso questa identità.

Molti articoli, godibili, ironici e amarissimi, sono dedicati a Trump, alle carenze di una legge elettorale che non ha previsto un sociopatico al potere, alle implicazioni dell’assalto a Capitol Hill e alla ferita che si è creata nel paese. Un’analisi lucida e spietata del proletariato americano che servirebbe tanto ai nostri politici di sinistra per comprendere il popolo leghista.

Com grandeonestà, Carrera mostra anche i motivi per cui i liberal non riescono a fare breccia nel proletariato, motivi analoghi a quelli che hanno causato la crisi della sinistra e l’ascesa del populismo nel nostro paese.

Ne viene fuori il ritratto di un’America che non fa più sognare, lucidamente stigmatizzata nell’ultimo lavoro di Bob Dylan. Non a caso, Carrera è il suo traduttore ufficiale in Italia. E’ un’America inquietante, distante da come appare sui media, un gigante che barcolla incapace di scegliere una direzione.

Dal momento che quello che accade lì, dopo qualche anno succede anche qui, consiglio caldamente la lettura, soprattutto a quelli che pensano che, passata la pandemia, andrà tutto bene.

breve stupidario sulla questione Fedez

  1. A una festa del lavoro si parla di lavoro: infatti gli omosessuali non solo non lavorano ma, notoriamente, casomai lavorassero, non vengono mai discriminati.
  2. Non è credibile perché è ricco: fatemi capire: se i ricchi fanno gli stronzi, va bene, se mostrano coscienza civile, no. Non mi sembra che esternazioni in materia di diritti civili di artisti ricchi quanto e più di Fedez, come Venditti, De Gregori, ecc. abbiano riscontrato le stesse critiche feroci. Certo, il maestro di pensieri della sinistra è Guccini, che dopo aver alzato il pugno per cinquant’anni ha candidamente affermato di non essere mai stato comunista.
  3. Non si divulgano telefonate private: a meno che non lo si faccia per tutelarsi. Comunque era un telefonata con esponenti di un ente pubblico che tentavano di fare indebite pressioni con un artista nell’esercizio delle sue funzioni. Quando non si sa a cosa attaccarsi, si cerca il pelo nell’uovo.
  4. Il concerto del Primo maggio non è luogo per comizi: la musica è un comizio.
  5. L’ha fatto per farsi pubblicità: ma chi, Fedez? Il rapper mediaticamente più esposto d’Italia? Ma dai!
  6. È sponsorizzato da Amazon, Nike, ecc.: come i calciatori che molti di voi sono andati demenzialmente a esaltare domenica in piazza Duomo a Milano. Come tutti gli artisti che di sponsor, specialmente negli ultimi tempi, campano e fanno campare il carrozzone che si portano dietro. Ma si sa, questo è un paese pieno di duri e puri, peccato siano anche duri di comprendonio.
  7. Doveva limitarsi a cantare: certo, i cantanti devono cantare e i politici devono mentire, aizzare la discriminazione, fare gli editorialisti per regimi autoritari, dimenticarsi dei diritti civili nel nostro paese. A ognuno il suo compito.

Piccolo consiglio: ascoltatevi Comunisti col rolex, simpatica canzone di Fedez e J-Ax che legge la vita alla sinistra italiana, in particolare ai duri e puri della mia generazione. È istruttiva, divertente ed è anche un bel pezzo.

Postilla: Fedez mi è simpatico ma non lo ascolto, trovo comunque lodevole che abbia gettato un sasso nello stagno. Noto che nessuno è entrato nel merito di quello che ha detto e la politica italiana, tutta, sentitamente ringrazia l’imbecillità dilagante. Parliamoci senza ipocrisia: sono pochi quelli che veramente vogliono l’approvazione di questa legge, per molti è un problema irrilevante.

Ri- conoscersi per ritrovare la propria umanità

In Apeirogon, straordinario libro di Colum McCann, ci sono pagine illuminanti, capaci di aprire crepe di luce nel buio. In una di queste, uno dei due protagonisti, un israeliano a cui i palestinesi hanno assassinato la figlia di tredici anni durante un attentato, racconta la propria partecipazione a un incontro di Parents circle, un’associazione di genitori ebrei e palestinesi che hanno perso i propri figli a causa dell’assurdo conflito che prosegue da decenni.

L’uomo va all’incontro convinto che sia inutile, carico di rancore e di rabbia, poi accade qualcosa che gli cambierà letteralmente la vita: una donna palestinese scende da un pullman e davanti al petto porta la foto di una bambina, come Bassam, questo il nome dell’uomo, porta quella della sua bambina. Per la prima volta nella sua vita Bassam comprende che i palestinesi non sono netturbini, muratori o terroristi ma essere umani, che piangono e sanguinano come lui, che condividono il suo dolore. Da quel giorno, insieme al suo amico palestinese Rami e ad altri genitori vittime della sua stessa tragedia, passerà la vita a raccontare la sua storia, perché quello che è accaduto e ancora accade cessi di accadere.

In quel ri-conoscersi, in quel vedersi specchiato nell’altro, nello scorgere in lui l’umanità, sta la chiave per combattere ogni razzismo.

Tre giorni fa 130 esseri umani, uomini, donne, bambini, sono morti in mare nell’indifferenza di tutti, anche di chi aveva ricevuto la loro richiesta di aiuto. E’, per me, terribile sentire parlare di gente che ha ritrovato il respiro andando a prendere un caffè al bar e non sentire altro, se non un assordante silenzio, su questa tragedia.

Forse per ritrovare la nostra umanità perduta, temo molto prima del Covid, abbiamo bisogno di un superstite che racconti la sua storia. Le storie sono importanti, riconfigurano il mondo, danno nuova linfa ai simboli offrono finestre di consapevolezza inedite. per chi la sa ascoltare, naturalmente, per chi le vuole ascoltare.

Sono indignato, indignato che il 25 Aprile non si sia spesa una parola su quegli esseri umani, indignato dall’accostamento della parola “liberazione” a un pranzo al ristorante, indignato dal vuoto di umanità che percepisco a tutti i livelli, ogni giorno, indignato dal relatore della legge Zan che rivendica la libertà di dare del frocio liberamente a chi, secondo lui, lo merita, indignato dai vescovi che chiosano con i loro distinguo da Controriforma una proposta di legge dello Stato sovrano.

Invece di ri-conoscerci nell’altro, ogni giorno di più, continuando cosìì, finiremo per perdere noi stessi

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